cosa intendo per economia umanistica

Il riformista è ben consapevole di essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi […] Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un “sistema”, di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito ad apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell’immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del “sistema”.

La solitudine del riformista, Federico Caffè

La premessa su cui si basano le riflessioni che vado a esporre è che esistono una varietà di capitalismi (welfare state, capitalismo predatorio, capitalismo comunitario) e una varietà di socialismi (socialismo reale, socialdemocrazia).

L’obiettivo è quindi creare una tassonomia di forme di governance della società e dell’economia che spieghi questa varietà. In secondo luogo, cerco di esporre il mio punto di vista sull’argomento.

Famiglie politiche

Questo esercizio di categorizzazione della varietà delle forme di governance è veramente elementare, e me ne scuso con chi si occupa di politica professionalmente: mi serve tuttavia per far comprendere come sono ordinate mie preferenze su questo argomento.

Cerco dunque di spiegare la varietà degli approcci in base a due variabili: i diritti civili richiedono che l’individuo possa esprimersi liberamente (ad esempio, diritto di parola, di manifestazione, di voto, di espressione della propria sessualità, di credo religioso, ecc.); e i diritti sociali, che sono erogazione di prestazioni gratuite per l’utente, volte a garantire l’eguaglianza di opportunità e di fruizione di servizi di interesse generale (ad esempio, istruzione, salute, lavoro, tutela salariale e previdenziale).

Ora, nel grafico che segue collochiamo i diritti sociali sull’asse delle ascisse: agli estremi di quest’asse poniamo i sistemi di governance in cui le forze del mercato sono in grado di massimizzare il benessere economico (il cosiddetto liberismo, ovvero un sistema in cui the market fix all problems, come descritto dalla vecchia ma sempre divertente vignetta di Greg Mankiew1) e i sistemi di governance che richiedono invece l’intervento dello Stato per risolvere i cosiddetti fallimenti del mercato. Chiamo questi due estremi “economia di mercato” o “liberismo” e “socialismo”.

I diritti civili sono invece posti sull’asse delle ordinate: agli estremi di quest’asse sono posti gli ordinamenti liberali, che consentono l’espressione delle potenzialità dell’individuo, e gli ordinamenti autoritari, che comprimono questa libertà di espressione. Chiamo questi due estremi, appunto, “liberalismo” e “autoritarismo”.

Voglio fare una precisazione en passant. Spesso al socialismo viene opposto il liberalismo, ma io assumo che – al limite – si possa opporre al socialismo solo la libertà del mercato e non anche tutte le altre. Le altre libertà non dipendono in teoria dalla proprietà o meno dei mezzi di produzione, ma piuttosto da modalità precise di regolazione sociale. Sono consapevole che questa distinzione può difficilmente essere compresa dai liberali classici2. Ma sono anche consapevole che mi separa anche dai molti che – a sinistra – tendono a considerare che i diritti civili dipendano dai diritti sociali, annullando così la capacità esplicativa dell’asse delle ordinate: tuttavia, non sono veramente d’accordo con questo punto di vista, come cercherò di argomentare nel seguito.

In questo modo si ottengono quattro quadranti che ho provato a riempire con esperienze di governance reali o suggerite da vari contributi: la collocazione di queste esperienze non ha una solido fondamento scientifico (non ho cercato di misurare il livello di libertà individuale ed economica) ed è quindi del tutto opinabile.

Nel quadrante in basso a destra posiziono il sistema del capitalismo concorrenziale in cui la libertà di intraprendere non è limitata dalla dimensione delle imprese e, quindi, dall’esistenza di barriere all’entrata; e i diritti civili sono garantiti, almeno nella misura necessaria alla borghesia nascente per liberarsi dallo Stato hobbesiano. È un caso di scuola, se qualcosa di simile è mai esistito non è durato più di pochi decenni, a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Ma, probabilmente, si tratta più di una narrazione che giustificava l’avvento del capitalismo3 che non un fatto reale.

Nel quadrante in alto a destra ci sono forme di capitalismo che tendono verso l’autoritarismo, perché influenzate dalla crescente dimensione delle imprese, dalla loro posizione dominante che le rendeva in grado – in assenza di interventi pubblici di regolazione – di porre barriere all’entrata e di redistribuire il reddito dal lavoro al capitale attraverso il monopsonio sul mercato del lavoro4. La forma più estrema è rappresentata da sistemi in cui la proprietà privata diventa fonte del diritto, per cui non esiste più la possibilità di garantire diritti civili, a meno che non siano funzionali alle esigenze produttive dell’imprenditore: è il caso dei libertari e delle autocrazie tecnocratiche5.

Procedendo in senso antiorario, il terzo quadrante è popolato da sistemi che riconoscono l’incapacità delle forze del mercato di garantire l’eguaglianza delle opportunità e della fruizione dei servizi e delle condizioni economiche “minime” degli individui. Tuttavia, tale eguaglianza è perseguita in modo autoritario, spesso sacrificando sull’altare di questo ideale la dialettica tra visioni divergenti. L’esempio più classico è rappresentato dal socialismo reale e dai regimi che si sono ispirati al comunismo (si considerino, con diverse sfumatura, i casi dell’Unione Sovietica, della Cina e di Cuba).

I am what I am

E, infine, passiamo al quadrante in basso a sinistra, ovvero quello in cui mi sento più a mio agio. Anche in questo caso c’è la consapevolezza che il mercato non risolve tutti i problemi, anzi in quest’area si sviluppa – già dagli anni Cinquanta – una letteratura impressionante sui fallimenti del mercato e sulla necessità di correggere squilibri e ineguaglianze economiche. Ma, al contempo, questi interventi non sono declinati come obiettivi da raggiungere: la socializzazione delle risorse e dei mezzi di produzione è uno strumento che consente agli individui di esprimere le proprie potenzialità, di liberare la sua energia creatrice. Esempi di queste forme di governance sono quelle immaginate da John Maynard Keynes e messe in atto con il New Deal e la gestione dell’economia della totalità dei paesi avanzati nei successivi quarant’anni6. Ma penso anche a certe forme di regolazione sociale come, ad esempio, la gestione comunitaria delle risorse a livello locale (il progetto di Comunità di Adriano Olivetti o l’organizzazione della produzione nei distretti industriali).

In questo senso, l’economia umanistica si rivolge all’uomo, cercando di ampliare le opportunità di cui può effettivamente disporre, piuttosto che alle classi sociali, nelle quali la realizzazione degli individui tende ad annullarsi7.

Sebbene di nicchia, l’idea di economia umanistica non è nuova. In Francia, il dominicano Louis Joseph Lebret fonda nel 1942 il centro studi e poi la rivista Economie et Humanisme8,9. Da una tradizione completamente opposta, François Perroux – allievo di Schumpeter e lettore di Marx – si ispira agli stessi ideali10. In Italia, i “padri nobili” della letteratura sui distratti industriali – Giacomo Becattini e Giorgio Fuà – fanno riferimento agli stessi concetti. Il primo prefigurava «un’idea degli studi economici come di qualcosa che deve soprattutto servire all’uomo in carne ed ossa»11. Giorgio Fuà sostiene che l’economista deve essere utile e l’utilità è misurata come capacità di «dare suggerimenti concreti per il miglior funzionamento dei meccanismi sociali, quali sono nel mondo reale che ci circonda»12:

«noi economisti continuiamo a dedicare tanti studi alla produttività e al salario, ma quasi nessuno alla soddisfazione del lavoratore»13.

Da questo punto di vista, la socializzazione delle risorse – che oggi può essere sostanzialmente perseguita attraverso la politica fiscale14 – mi sembra uno strumento efficace per la creazione delle condizioni che consentano la piena realizzazione degli individui.

Post Scriptum

Concludo con tre considerazioni che sono necessarie per dirimere questioni che diventano sempre più frequenti in questi tempi dove le parole perdono il loro significato originario.

Gradualismo vs. Rivoluzione – La prima riguarda come intendiamo il tempo del cambiamento. Il cambiamento avviene in modo istantaneo, attraverso cambiamenti di paradigmi improvvisi? Oppure è un processo graduale, che si dispiega lentamente lungo archi temporali lunghi, talvolta secolari15?

Dal punto di vista delle modalità di regolazione sociale, appartengo a quella categorie di persone che ritengono che, nella maggior parte dei casi, i regime change improvvisi possano produrre sistemi di organizzazione della società incoerenti o che si scontrano con resistenze culturali importanti: in entrambi i casi si possono determinare effetti non previsti che riducono il benessere della popolazione (ad esempio, come è avvenuto nel caso dell’Unione Sovietica).

Dal punto di vista economico, questa distinzione è invece ben rappresentata dalla differenza tra l’imprenditore innovatore schumpeteriano16, che introduce il cambiamento in modo traumatico (la “distruzione creatrice”) e l’imprenditore marshalliano17, che invece innova per via incrementale, ricombinando le risorse e le conoscenze che la società gli mette a disposizione.

Cosa si intende per radicalismo – Al socialismo liberale si imputa una certa mancanza di radicalismo, ma la definizione di questo concetto risulta ambigua. Che cosa significa essere radicali? La radicalità implica la necessità di cambiamenti improvvisi, traumatici, talvolta violenti? Se così fosse, ricadremmo nel punto precedente. Oppure la radicalità riguarda il modo di affrontare le questioni, il rifiuto di arretrare sugli obiettivi fondamentali? Certo, raggiungere gli obiettivi che ci si pone richiede un’attività di mediazione che spesso è un faticosa e logorante. Tuttavia, credo che un certo grado di intransigenza su obiettivi minimi, di ostinazione e persino di “fastidio” verso compromessi al ribasso sia non solo legittimo, ma anche necessario per chi voglia perseguire seriamente un progetto di economia umanistica. Proprio in questa contraddizione risiede la solitudine del riformista18.

Riforme senza riformismo – L’alternativa, infatti, è “vendere” questi ideali a chi è disposto a comprarli. Non è nemmeno necessario ricordare come la Terza Via – a livello internazionale (Tony Blair) e in Italia (Matteo Renzi, Carlo Calenda) – abbia promosso assetti di governance che hanno ampliato le diseguaglianze, tradendo l’ideale di un’economia umanistica. Come scriveva Bobbio:

«paradossalmente, ci sono state riforme senza riformismo, voglio dire senza un progetto riformatore […] C’è riforma e riforma. E quindi c’è riformismo e riformismo. Dove tutti sono riformisti, nessuno è riformista»19 (Bobbio, 1985, pp. 62 e 65).

Ecco perché credo sia bene tenersi alla larga dalle riforme che non siano sostenute da un autentico progetto riformatore.


NOTE

  1. Cfr. G. Mankiw (2013), Comic of the Day (Not completely fair, but funny nonetheless), Greg Mankiw’s Blog, Mar 5, 2013. ↩︎
  2. Che non si capacitano che Keynes fosse un liberale. ↩︎
  3. Cfr. A.O. Hirschman, The Passions and the Interests. Political Arguments for Capitalism before Its Triumph, Princeton University Press, 1977 (trad. it. Le passioni e gli interessi. Argomenti politici in favore del capitalismo prima del suo trionfo, Feltrinelli, 1979). ↩︎
  4. Il monopsonio è una forma di mercato in cui esiste un unico grande acquirente (il datore di lavoro) a fronte di molti venditori (i lavoratori), conferendo all’impresa un elevato potere contrattuale. ↩︎
  5. Cfr. I. Bremmer, The Technopolar Paradox. The Frightening Fusion of Tech Power and State Power, Foreign Affairs, May 13, 2025; C. Benzi, Le passioni, gli interessi e l’AI, interazioni.blog, 19 febbraio 2026 ↩︎
  6. Cfr. M.J. Piore, Ch. Sabel, The Second Industrial Divide. Possibilities for Prosperity, Basic Books, 1984 [trad. it. Le due vie dello sviluppo industrial. Produzione di massa e produzione flessibile, ISEDI, 1987]. ↩︎
  7. Come molti socialisti liberali, devo ammettere che la mia riluttanza ad accettare l’impianto teorico del marxismo nasce soprattutto dalla definizione di classe sociale che Marx propone e, di conseguenza, dal modo in cui prefigura la lotta di classe. A mio avviso, il dualismo profitto–salario non coglie adeguatamente il punto, non spiega una realtà in cui i salari dei CEO di grandi imprese sono enormemente superiori ai profitti della maggior parte degli imprenditori. Il vero dualismo oggi è tra ricchi e poveri, ma la definizione di queste classi non deriva più da meccanismi economici automatici: è piuttosto il risultato di fattori prevalentemente individuali – istruzione, competenze, reti di relazioni – che determinano dinamiche sociali differenziate rispetto allo schema marxiano. ↩︎
  8. Cfr. F. Rizzi, Lebret, il pescatore degli ultimi, Avvenire, 20 luglio 2016. ↩︎
  9. Aggiungo, come ricordo personale a cui tengo molto, che ho avuto la fortuna di imparare l’economia dello sviluppo da un altro sacerdote, Pierre Judet, la cui storia avventurosa dice molto del personaggio: ordinato parroco a Marsiglia, aderì al movimento dei preti operai e fu interdetto per questo dalle sue funzioni; dopo aver studiato economia con Gerard Destanne de Bernis, un allievo di Perroux, lavorò una decina di anni a Tunisi presso l’Institut des sciences économiques appliquées (ISEA), anche come consulente del governo tunisino; dal 1968 fa ricerca per l’Università di Grenoble e anticipa – prima di molti altri, il suo libro Les nouveaux pays industriels è del 1981 – lo sviluppo del Sud Est Asiatico. È possibile leggere un ricordo di Pierre Judet in Cl. Courlet, Pierre Judet et l’économie du développement, in G. Garofoli, ed., I maestri dello sviluppo economico, Franco Angeli, 2016, pp. 167-172. ↩︎
  10. Cfr. C. Rebillard, François Perroux (1903-1987) L’économie à visage humain, Sciences Humaines, 11 mars 2019. ↩︎
  11. Cfr. G. Becattini, intervistato da N. Bellanca e T, Raffaelli, L’economista DOC, Il Pensiero economico italiano, vol. 7, n. 1, 1999, pp. 157-217. ↩︎
  12. Cfr. R. Guarinelli, L’economista utile. Vita di Giorgio Fuà, Il Mulino, 2019. ↩︎
  13. Cfr. G. Fuà, intervistato da R. Petrini, Giorgio Fuà, in R. Petrini, Uomini e leader. Considerazioni e ricordi raccolti da Roberto Petrini, Centro Studi Pietro Calamandrei, 2000 [ampi stralci dell’intervista sono reperibili online in L’attualità di Giorgio Fuà. Riflessioni controcorrente su impresa, lavoro e benessere, Il Conformista, 3 gennaio 2014]. ↩︎
  14. Mi trovo molto d’accordo con Simon Wren-Lewis quando afferma, a proposito delle regole fiscali tedesche (cfr. la regola costituzionale del pareggio di bilancio), che “gran parte della comunità politica tedesca vede l’obiettivo principale della politica fiscale nel controllo del debito pubblico, piuttosto che vedere il debito come un mezzo per avere una politica fiscale migliore”: Cfr. S. Wren-Lewis, Mainly Macro, mar 11, 2025. ↩︎
  15. Cfr. F. Braudel, La dynamique du capitalisme, Arthaud, 1985 [trad. it. La dinamica del capitalismo, Il Mulino, 1988]. ↩︎
  16. Cfr. J.A. Schumpeter, Theorie der wirtschaftlichen Entwicklung: Eine Untersuchung über Unternehmergewinn, Kapital, Kredit, Zins und den Konjunkturzyklus. Duncker & Humblot, 1912 [trad. it. Teoria dello sviluppo economico, Sansoni, 1977]. ↩︎
  17. Cfr. A. Marshall, Principles of Economics, MacMillan, 1890 [trad. it. Principi di economia, UTET, 1927]. ↩︎
  18. Cfr. F. Caffè, La solitudine del riformista, Il Manifesto, 29 gennaio 1982. ↩︎
  19. Cfr. N. Bobbio, Il riformismo difficile, relazione presentata al convegno Quale riformismo, Bologna, maggio 1985 [ora in Mondoperaio, n. 3/4, 2014, pp. 59-67]. ↩︎

Questo contributo è rilasciato con licenza Creative Commons. Puoi quindi condividerlo (riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare questo materiale con qualsiasi mezzo e formato) e/o modificarlo (remixare, trasformare il materiale e basarti su di esso per le tue opere) per qualsiasi fine, anche commerciale. Se lo ritieni puoi citarlo come Cesare Benzi, cosa intendo per economia umanistica, interazioni.blog, 4 marzo 2026.

Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

Su ↑