Non sapevo per quanto tempo saremmo stati insieme. Ma chi è che lo sa?
Blade Runner, Ridley Scott
Come molti osservatori e i politici più avveduti hanno compreso benissimo, l’ultimo anno ha segnato una rottura profonda rispetto al nostro modo di intendere i rapporti tra nazioni, i rapporti economici e forse anche i rapporti interpersonali. Nel seguito propongo un possibile quadro interpretativo di queste recenti tendenze. In primo luogo si delinea il quadro ideologico che ha fornito le basi alla rivoluzione capitalistica. Si mostra poi come la tecnologia abbia agito da elemento decisivo nella validazione dell’ipotesi capitalista. Infine, si evidenzia come le più recenti innovazioni digitali stiano mettendo in discussione la stessa natura del capitalismo così come l’abbiamo conosciuto.
Le passioni e gli interessi
Voglio partire da questo piccolo e consigliatissimo libro di Albert Hirschman, The Passions and the Interests1 (1977), in cui l’Autore sostiene che lo sviluppo del capitalismo moderno sia nato come un progetto politico consapevole, volto a contenere gli effetti distruttivi delle passioni umane, ritenute all’origine delle guerre che sconvolsero l’Europa tra Seicento e Settecento. Le immense sofferenze e devastazioni di quei conflitti posero, in definitiva, il problema di come limitare l’ideale cavalleresco che aveva alimentato secoli di violenza.
È da qui che nasce il disegno di creare un sistema sociale non cruento in grado di regolare la convivenza umana senza ricadere nelle dinamiche distruttive del passato. Da un punto di vista politico, l’idea hobbesiana di patto sociale era funzionale a prevenire i conflitti e a risolvere eventuali controversie senza ricorrere alla violenza. Dal punto di vista economico, l’idea smithiana di una mano invisibile2 garantiva che perseguire i propri interessi economici consentisse – quasi automaticamente – di migliorare il benessere della società nel suo complesso.
Nelle società occidentali, questi due principi sono arrivati fino a noi. Sul piano politico, liberalismo e socialdemocrazia si sono mossi dentro la stessa tradizione: trovare regole condivise per gestire i rapporti tra gli individui. Sul piano economico, l’evoluzione dai mercati concorrenziali a quelli oligopolistici, la regolazione internazionale del commercio e il crescente intervento dello Stato in economia non hanno mai davvero messo in discussione l’idea di fondo: che l’iniziativa economica individuale – più o meno temperata dall’attività di controllo dello Stato – possa contribuire ad aumentare il benessere collettivo.
Per quanto le differenze tra i diversi approcci siano straordinariamente rilevanti, essi continuano a fondarsi su una premessa comune: la convinzione che lo sviluppo tecnologico costituisca uno strumento capace di generare le risorse che sono necessarie per migliorare la regolazione sociale ed economica delle nazioni.
A cosa serviva davvero la tecnologia
La tecnologia, di per sé, è sempre stata uno strumento neutro: può essere usata in modi che ci sembrano utili oppure in modi che ci appaiono dannosi.
La distinzione tra “utile” e “dannoso” dipende da come ciascuno si rapporta alle nuove tecnologie. Esistono infatti dei “perdenti” in quasi tutti i periodi in cui sono state introdotte nuove tecnologie: dall’arrivo delle automobili, che ha fatto scomparire l’allevamento dei cavalli, fino alle tecnologie digitali, che hanno messo in crisi molti lavori d’ufficio routinari.
Ma, pur essendo chiaro che le nuove tecnologie potessero causare gravi sofferenze a una parte della popolazione, questa consapevolezza non ha mai davvero incrinato l’idea che l’innovazione tecnologica fosse nel complesso vantaggiosa per la maggioranza degli individui e utile a incrementare il benessere delle nazioni.
Storicamente la tecnologia è infatti servita ad aumentare la produzione complessiva di beni e servizi. Inoltre, è servita a risparmiare lavoro, incrementando quindi anche la produttività media e la disponibilità di beni e servizi pro capite3. Certo, anche in questo caso è bene ricordare che il diavolo sta nei dettagli e che le medie possono nascondere grandi differenze nella distribuzione di questo “surplus” di beni e servizi: ma, in generale, nel passato l’innovazione tecnologica ha toccato più o meno trasversalmente tutte le classi sociali; nei Trente Glorieuses le ineguaglianze si sono ridotte, invece che crescere4 .
L’innovazione tecnologica ha invece creato importanti problemi di coordinamento sul mercato del lavoro: da un lato, come già accennato, ha eliminato posti in settori diventati obsoleti; dall’altro, ha generato nuove opportunità di impiego nelle attività legate alle tecnologie emergenti. La transizione dei lavoratori da un impiego all’altro è un processo costoso: molti lavoratori rischiano lunghi periodi di disoccupazione e devono affrontare percorsi di riqualificazione non sempre semplici. Anche le imprese, seppure in misura minore, possono trovarsi in difficoltà quando cercano nuove competenze che scarseggiano, sperimentando quindi difficoltà di reclutamento della forza lavoro. Ma anche in questo caso, al netto dei problemi evidenziati, lo sviluppo tecnologico ha tuttavia contribuito ad aumentare l’occupazione nel lungo periodo5.
In definitiva, la tecnologia è stata per lo più percepita come uno strumento di miglioramento della qualità della vita delle persone. L’ipotesi che avanzo è, tuttavia, che la rivoluzione digitale e il recente sviluppo dell’intelligenza artificiale segnino una frattura profonda rispetto al mondo precedente. In particolare, ritengo che siano all’origine di due importanti forme di tradimento.
La grande frattura: la digitalizzazione e il tradimento dei luoghi
Per come la vedo io, tutto comincia da quando Milton Friedman ha messo nero su bianco che l’unica responsabilità sociale di un’impresa è il profitto6.
A prima vista, potrebbe sembrare una riformulazione del principio della mano invisibile di Smith. Ma mentre in Smith il mercato funziona efficientemente solo in presenza di una base etica e di un sistema di regole7, Friedman tende a separare l’attività economica dalla moralità degli individui:
«Cosa significa dire che il dirigente aziendale ha una “responsabilità sociale” nella sua qualità di uomo d’affari? Se questa affermazione non è pura retorica, deve significare che deve agire in qualche modo che non sia nell’interesse dei suoi datori di lavoro»8.
Questa rimozione dell’elemento etico ha influenzato profondamente l’approccio dei governi statunitensi dall’amministrazione Reagan in poi. In nome del profitto come unico scopo dell’impresa, si è favorita l’affermazione di quel modello di regolazione economica noto come Washington Consensus e, in particolare, ha spinto verso una crescente deregulation e verso la liberalizzazione dei flussi commerciali e finanziari (globalizzazione).
Ora, la globalizzazione è stata resa possibile soprattutto da un cambio del paradigma tecnologico. La digitalizzazione è stata la porta di accesso al mercato globale e, al contempo, ha anche trasformato le modalità con cui gli individui si relazionano.
Il risultato di questo processo è ciò che definirei un vero e proprio tradimento dei luoghi, un fenomeno che assume due forme complementari. Da un lato, la globalizzazione della produzione di beni e servizi; dall’altro, la trasformazione della socialità, sempre più mediata dal digitale anziché dal rapporto diretto. Entrambe concorrono a sganciare i territori dalle funzioni che li avevano storicamente definiti.
Quanto al primo aspetto, la liberalizzazione dei flussi finanziari ha spinto il capitale a spostarsi verso paesi con costi del lavoro molto più bassi, abbandonando i territori in cui si era formato e da cui traeva risorse fondamentali – lavoro, competenze, reti sociali.
Questi territori e gli individui che li popolavano si sono così ritrovati improvvisamente senza protezione. In questi luoghi, la globalizzazione ha separato la generazione di reddito dalla produzione di beni e servizi, mentre hanno invece acquisito centralità le attività fondate sull’estrazione di reddito da capitale (cfr. lo sviluppo della rendita finanziaria), per lo più localizzate nei grandi centri urbani. In definitiva:
«i decenni del dopoguerra di rapida crescita economica e distribuzioni di reddito relativamente uguali in Occidente si basavano sui controlli sui capitali, che erano un caratteristica del sistema monetario di Bretton Woods […] Questo ha funzionato perché si potevano tassare i proprietari di capitale, ed è stato molto difficile per loro partire con il loro capitale. Ciò significava che avevano un incentivo a reinvestire i profitti ed espandere la produzione in patria per mantenere bassa la disoccupazione. […] Semplicemente non è più fattibile. Senza quei controlli sui capitali, è possibile che il capitale si allontani da una comunità di obblighi»9.
Quanto al mutamento delle modalità di interazione individuale, questo è arrivato più tardi – circa una decina d’anni dopo l’avvio della globalizzazione economica – e si è imposto soprattutto con la diffusione dei social network.
In una fase iniziale, i social network hanno effettivamente ampliato le possibilità di relazione e di espressione personale: hanno favorito l’aggregazione intorno a interessi condivisi e moltiplicato la produzione e la circolazione dei contenuti. Questo processo non si è limitato ad aggiungere nuovi spazi di comunicazione, ma ha trasformato in profondità il modo in cui le persone si incontrano, si parlano, si riconoscono. La socialità si è spostata dal bar sotto casa allo smartphone, ridisegnando il tessuto quotidiano delle relazioni.
La grande frattura: social network, intelligenza artificiale e il tradimento delle relazioni umane
Il secondo tradimento è, a mio avviso, il risultato congiunto della trasformazione dei social network e dell’irruzione dell’intelligenza artificiale. La capacità delle tecnologie digitali di instaurare canali diretti e immediati con gli utenti finali ha conferito loro un peso economico crescente e, soprattutto, un’influenza politica sempre più rilevante.
Dal punto di vista economico, le tecnologie digitali hanno consentito alle piattaforme di conquistare il mercato pubblicitario. Che cosa viene scambiato in quel mercato? I gestori dei social network e le imprese si scambiano la possibilità di raggiungere un numero sterminato di potenziali clienti: i contraenti sono dunque le piattaforme e le aziende, mentre l’oggetto dello scambio – la vera merce – è l’utilizzatore finale, siamo noi. È vero che qualcosa di simile avveniva già con i media tradizionali (radio, televisione), ma in questo caso il salto di scala è stato straordinario, sia per la quantità di dati raccolti, sia per la precisione della profilazione del potenziale cliente.
Questa capacità di raggiungere gli utenti con immediatezza e precisione ha permesso ai proprietari delle tecnologie digitali di assumere un ruolo politico sempre più rilevante, spesso in collaborazione con gli Stati nazionali. Una breve – per quanto inevitabilmente incompleta – rassegna di questa deriva può aiutare a capire fino a che punto gli imprenditori delle tecnologie digitali si siano appropriati dello spazio politico10.
- La gestione della pandemia da Covid-19 ha fatto da apripista: in quella fase gli Stati nazionali hanno di fatto delegato a soggetti privati la gestione dell’informazione sulla crisi sanitaria, con risultati spesso distorti e, soprattutto, senza che quei tecnocrati digitali disponessero di un vero e proprio mandato democratico.
- La guerra in Ucraina ha visto Starlink – un’azienda di Elon Musk – prima garantire copertura satellitare e accesso a Internet all’Ucraina, e poi rifiutarsi di estendere tale servizio alla Crimea. Anche in questo caso, Musk ha esercitato un potere di fatto politico senza alcun mandato democratico
- Un altro esempio è il ruolo assunto da Musk nella gestione del DOGE (Department of Government Efficiency), attraverso il quale ha disposto la soppressione di agenzie governative, tagli a contratti e licenziamenti di dipendenti pubblici, acquisendo al contempo – con ogni probabilità – informazioni personali sulla maggior parte dei cittadini americani. Formalmente Musk svolgeva il ruolo di consulente esterno ed era politicamente irresponsabile delle azioni del DOGE.
- Più in generale, i miliardari della tecnologia hanno finanziatoo la politica autoritaria di Donald Trump e ottenuto in cambio contratti governativi per ridefinire la sorveglianza digitale, che è quindi stata esternalizzata a imprese private prive di reale controllo democratico. Reti simili stanno emergendo anche in Europa, sostenute in parte dai capitali dei miliardari della Silicon Valley, tra i quali Peter Thiel.
Insomma, numerosi indizi mostrano come questi magnati della tecnologia stiano assumendo un ruolo sempre più tecnocratico, contribuendo alla deriva delle democrazie occidentali verso quelle che Ian Bremmer definisce “autocrazie tecnopolari”11. Parallelamente, la crescente collaborazione pubblico‑privato su temi sensibili come la sorveglianza digitale – priva di adeguati contrappesi democratici – configura ciò che Asma Mhalla descrive come un “Leviatano a due teste”12.
Ma, se è probabile che dovremo ancora confrontarci con questi nuovi tecnocrati, quali sono le idee che li guidano?
In primo luogo, ai tecnocrati digitali non piace la democrazia liberale. Peter Thiel, ad esempio, sostiene di non credere
«che libertà e democrazia siano compatibili […] Dal 1920, il vasto aumento dei beneficiari del welfare e l’estensione del diritto di voto alle donne – due collegi elettorali notoriamente duri per i libertari – hanno reso la nozione di “democrazia capitalista” un ossimoro» (Thiel, 2009).
In secondo luogo, ai tecnocrati digitali sembra non piacere neanche il lavoro umano13 : secondo Vinod Khosla l’intelligenza artificiale gestirà l’80% del lavoro nell’80% dei posti di lavoro; Elon Musk ritiene che con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale «nessuno di noi avrà un lavoro», Gates ha sostenuto che «gli umani non saranno necessari per la maggior parte delle cose».
Per intanto, è di qualche giorno la notizia che Mustafa Suleyman – amministratore delegato di Microsoft AI – ha ipotizzato che entro 18 mesi la maggior parte delle mansioni di routine svolte dai “colletti bianchi” sarà affidata all’intelligenza artificiale14.
Più in generale, si ha quasi l’impressione che ai tecnocrati digitali non piacciano gli esseri umani e non è solo la questione del lavoro perduto, che implicherà – i tecnocrati della Silicon Valley ne sono perfettamente consapevoli – che “l’AI potrebbe creare un mondo in cui una piccola élite prospera mentre il resto deve affrontare l’instabilità economica”15.
C’è anche un razzismo sistemico tutt’altro che velato e un’ostilità verso forme di espressione individuale che richiederebbero il riconoscimento della diversità. Le politiche di remigrazione, l’agenda anti‑woke e – in generale – il disprezzo per i diritti civili degli individui da parte dell’amministrazione Trump ne rappresentano un esempio evidente.
E infine, come nella parabola del Rev. Niemöller, esiste un’avversione anche per tutti gli altri cittadini: il laboratorio politico USA mostra come le decisioni dell’amministrazione Trump li colpiscano duramente attraverso il taglio dei fondi per il sostegno alimentare, per la sanità e per l’istruzione.
Queste pulsioni autoritarie sono ben evidenti negli Stati Uniti e riflettono i valori dei nuovi tecnocrati. Ma sono vivaci anche in Europa, dove la tecnologia è meno compresa e viene usata soprattutto in quanto strumento di controllo: qui l’autoritarismo non nasce dallo sviluppo tecnologico in sé, ma da vecchie eredità novecentesche che continuano a riemergere. In entrambi i casi, è evidente un attacco elitario e anti-illuminista, anti-umano per usare le parole di Timothy Snyder, all’individuo che viene portato su due piani16: da un lato la sostituzione della realtà fattuale con narrazioni alternative, spesso basate su un passato distorto17; dall’altro, come conseguenza di queste realtà costruite, la limitazione dell’accesso al futuro e della capacità stessa di progettare società differenti.
Mi pare ci siano abbastanza “prove” per considerare plausibile l’idea che le nuove tecnologie possano rappresentare una minaccia – più o meno seria – al nostro modo abituale di relazionarci, lavorare e risolvere i conflitti che ci riguardano.
Conclusioni
È possibile, naturalmente, che questi timori siano esagerati: ogni grande innovazione tecnologica ha generato ansie simili e, nel lungo periodo, non ha prodotto danni irreversibili. Ci sono quindi fondate possibilità che anche questo spartiacque tecnologico non conduca a una realtà tanto distopica come quella descritta.
Ma non è questo il punto. Il punto è quella vecchia storiella degli effetti dell’innovazione – che possono essere utili o dannosi. E la domanda vera è se questa idea di digitalizzazione serva davvero a migliorare la nostra vita (ad esempio liberandoci dal lavoro) o non sia piuttosto uno strumento usato per limitare le nostre possibilità (ad esempio ostacolando l’espressione del pensiero, la manifestazione della propria sessualità, la libertà di culto, la democrazia rappresentativa, ecc.).

Nei paesi occidentali sembra affermarsi con crescente forza un modello di gestione sociale che aggira i tradizionali meccanismi di mediazione, delegando funzioni cruciali alle autocrazie tecnopolari o a un “Leviatano a due teste”. In questo quadro, non sorprende che le popolazioni occidentali manifestino maggiori timori verso l’intelligenza artificiale, mentre molti paesi in sviluppo la percepiscono soprattutto come un’opportunità di crescita.
Infine, ritornando a Hirschman e alla sua inclinazione verso il possibilismo – inteso come rifiuto del determinismo e invito all’azione come possibilità di modificare il corso degli eventi18 (Hirschman, 1982) – come è possibile reagire a questa deriva tecnocratica?
Asma Mhalla19 mette in evidenza il divario di consapevolezza tra Big State/Big Tech e cittadini nell’uso dei sistemi di controllo digitale. Per questo immagina la nascita di un “Big Citizen”, un individuo capace di capire come funzionano le tecnologie, quali effetti producono e come creare un contrappeso al potere delle grandi piattaforme. Questo “cittadino‑soldato” agisce per evitare che le risorse digitali finiscano nelle mani di pochi oligopolisti – promuovendo la regolazione del settore, limitando il software proprietario a favore dell’open source e contrastando la guerra cognitiva fatta di disinformazione e manipolazione.
Non so, tuttavia, quanto una risposta tutta centrata sull’individuo – e, seguendo la metafora del soldato, su pratiche di “guerra non convenzionale” – possa davvero funzionare senza il coinvolgimento della maggior parte della popolazione. Se si vogliono correggere i fallimenti percepiti nel sistema serve, a mio avviso, anche un’azione collettiva che parta dalla protesta e si trasformi in partecipazione politica e attivismo. Il modello che mi sembra più promettente è quello di Minneapolis, dove la reazione comunitaria a condizioni ritenute inaccettabili ha generato forme di resistenza collettiva, non violenta e capaci di usare la tecnologia digitale contro chi l’aveva progettata come strumento di controllo.
Il cuore della questione è che – proprio in quanto individui – dovremmo cercare di costruire un soggetto collettivo in grado di contrastare le dinamiche autoritarie che, giorno dopo giorno, vanno rafforzandosi.
NOTE
- Cfr. A.O. Hirschman (1977), The Passions and the Interests. Political Arguments for Capitalism before Its Triumph, Princeton University Press (trad. it. Le passioni e gli interessi. Argomenti politici in favore del capitalismo prima del suo trionfo, Feltrinelli, 1979). ↩︎
- «Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse» (cfr. A. Smith, An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations, 1776 (ed. consultata: MetαLibri, 2007; trad. it. La ricchezza delle Nazioni, UTET, 1975, p. 16). ↩︎
- Cfr. C. Benzi, chiamamolo pippo, interazioni.blog, 1 dicembre 2020. ↩︎
- Cfr. Th. Piketty, Le capital au XXIeme siècle, Editions du Seuil, 2013 (trad. it. Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014); Th. Piketty, Capital et idéologie, Éditions du Seuil, 2019 (trad. it. Capitale e ideologia, La nave di Teseo, 2020); B. Milanovic, Global Inequality: A New Approach for the Age of Globalization. Harvard University Press, 2016 (trad. it. Ingiustizia globale. Migrazioni, disuguaglianze e il futuro della classe media, Luiss University Press, 2018); B. Milanovic, Capitalism, Alone. The Future of the System That Rules the World, The Belknap Press of Harvard University Press, 2019 (trad. it. Capitalismo contro capitalismo. La sfida che deciderò il nostro futuro, Laterza, 2022). ↩︎
- In realtà, ha permesso di aumentare il numero di persone coinvolte nel mercato del lavoro, riducendo il numero complessivo di ore lavorate (cfr. C. Benzi, 2020, op. cit.). ↩︎
- Cfr. M. Friedman, Capitalism and Freedom, University of Chicago Press, 1962 (trad it. Capitalismo e libertà, IBL, 2010). ↩︎
- Smith impone un doppio limite all’interesse personale (self-interest): da un lato, un limite interiore rappresentato dalla coscienza individuale, dalla capacità degli individui di valutare le proprie azioni come farebbe un osservatore neutrale (lo spettatore imparziale, cfr. A. Smith, The Theory of Moral Sentiments, 1759 (ed. consultata: MetαLibri, 2005; trad. it. Teoria dei sentimenti morali, Rizzoli, 1995); dall’altro, l’esistenza di uno stato di diritto che regola i comportamenti individuali secondo la legge (cfr. A. Smith, 1776, op. cit). ↩︎
- Cfr. M. Friedman, A Friedman Doctrine – The Social Responsibility of Business Is to Increase Its Profits, The New York Times Magazine, Sep 13, 1970. ↩︎
- Cfr. T. Jackson, intervieved by I. Waraich, The Ungovernable Economy, The New York Review, jan 25, 2025. ↩︎
- Cfr. I. Bremmer, The Technopolar Paradox. The Frightening Fusion of Tech Power and State Power, Foreign Affairs, May 13, 2025; A. Luraschi Tecnopolitica: Il leviatano a due teste di Asma Mhalla, Fuori dal Medioevo, 2025; .A. Mhalla, Tecnopolitica. Come la tecnologia ci rende soldati, Add, 2024; A. Mhalla, intervistata da P. Giordano, Cittadini-soldati contro Big Tech: l’intervista ad Asma Mhalla, La Lettura – Corriere della sera, 16 marzo 2025; F. Padella, Palantir, un sistema per la privatizzazione dello Stato, Sbilanciamoci, 19 settembre 2025. ↩︎
- Cfr. I. Bremmer, 2025, op. cit. ↩︎
- Cfr. A. Luraschi, 2025, op. cit.; A. Mhalla, 2024, op. cit.; A. Mhalla, 2025, op. cit. ↩︎
- Cfr. O.R. Royle, Silicon Valley billionaire Vinod Khosla says AI will handle 80% of work in 80% of jobs, Fortune, Sep 24, 2024; E. Newton-Rex, For Silicon Valley, AI isn’t just about replacing some jobs. It’s about replacing all of them, The Guardian, May 12, 2025. ↩︎
- Cfr. J. Angelo, Microsoft AI chief gives it 18 months – for all white-collar work to be automated by AI, Fortune, Feb 13, 2026 ↩︎
- Cfr. O.R. Royle, 2024, op. cit. ↩︎
- A. Shekhovtsov, Postmodern Autocracy, Towers of Europe, mar 1, 2025. ↩︎
- Trump attinge spesso a un immaginario che richiama il periodo immediatamente precedente o successivo alla Grande Depressione: in politica estera si rifà alla dottrina Monroe del 1823, che mirava a limitare le interferenze europee nel continente americano; sul piano economico, i suoi dazi ricordano la Smoot‑Hawley Tariff Act del 1930 – e il fatto che tale legge abbia aggravato la crisi del ’29 non sembra essere rilevante per lui. Anche in Europa e in Italia assistiamo al tentativo di costruire realtà alternative a partire da un immaginario volutamente alterato, come mostra la crescente proliferazione di critiche rivolte ai movimenti antifascisti. ↩︎
- Cfr. A.O. Hirschman (1982). Shifting involvements: Private interest and public action, Princeton University Press (trad. it. Felicità privata e felicità pubblica: interesse privato e azione pubblica. Bologna: il Mulino, 1983). ↩︎
- Cfr. A. Mhalla, 2024, op. cit.; A. Mhalla, 2025, op. cit. ↩︎
Questo contributo è rilasciato con licenza Creative Commons. Puoi quindi condividerlo (riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare questo materiale con qualsiasi mezzo e formato) e/o modificarlo (remixare, trasformare il materiale e basarti su di esso per le tue opere) per qualsiasi fine, anche commerciale. Se lo ritieni puoi citarlo come Cesare Benzi, le passioni, gli interessi e l’intelligenza artificiale, interazioni.blog, 19 febbraio 2026.
Lascia un commento