Confirmation bias is the most effective way to go on living a lie
Criss Jami
Per formazione, sono principalmente interessato ai temi della crescita e dello sviluppo economico piuttosto che alla politica monetaria. Data la premessa, mi pare tuttavia utile esplorare in che modo la crescita economica possa eventualmente influenzare e/o essere influenzata dalla dinamica dei prezzi. Come si vedrร , le interpretazioni circa le relazioni tra queste due variabili hanno subito numerose modificazioni negli ultimi cinquant’anni, rendendo il quadro di analisi complesso e stimolante. Anche se le riflessioni che seguiranno possono sembrare relativamente sistematiche, l’obiettivo principale รจ promuovere uno scambio di idee su questi temi. Nella migliore delle ipotesi (se saranno sensate), queste riflessioni contribuiranno a interpretare le complesse dinamiche del sistema economico globale.
Da un punto di vista metodologico, si adotterร un approccio basato sull’idea che l’evoluzione delle relazioni tra crescita e inflazione possa essere compresa in rapporto sia al cambiamento delle condizioni economiche di contesto (variabili esogene), sia soprattutto in rapporto alle forme di regolazione sociale prevalenti (variabili endogene)1.
L’etร dell’oro keynesiana e la controrivoluzione monetarista
Tutto il periodo che intercorre dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio degli anni Settanta – i cosiddetti Trente Glorieuses – รจ caratterizzato da un forte coinvolgimento dello Stato nella regolazione dei processi economici, secondo modalitร che traevano ispirazione dall’analisi condotta da John Maynard Keynes nella sua The General Theory of Employment, Interest and Money, Palgrave Macmillan, 1936 (trad. it. Occupazione interesse e moneta, UTET, 1947).
L’obiettivo di politiche di questo tipo era quello di stabilizzare il reddito su livelli di impiego della forza lavoro quanto piรน possibile vicini alla piena occupazione: il fine prioritario dell’intervento pubblico era quindi sostenere il tasso di crescita del prodotto interno lordo e il tasso di occupazione. Il buon esito di questo approccio alla politica economica era garantito da un robusto lavoro empirico, la cosiddetta curva di Phillips2.

Come รจ evidente dalla figura appena presentata, Phillips dimostrรฒ empiricamente che il tasso di disoccupazione era inversamente correlato al salario nominale e, quindi, al livello dei prezzi. Il costo di raggiungere l’obiettivo della piena occupazione attraverso la spesa fiscale consisteva quindi nell’accettare la crescita dei salari nominali e dell’inflazione nel breve periodo. E poichรฉ il lungo periodo รจ composto da molti brevi periodi consecutivi, i Trente Glorieuses altro non erano che una sorta di etร dell’oro in cui lo Stato, attraverso la spesa pubblica, riusciva a raggiungere i propri obiettivi con costi tutto sommato piรน che accettabili.
Ma, naturalmente, il diavolo sta nei dettagli e il dettaglio fu in questo caso che – all’inizio degli anni Settanta – l’inflazione cominciรฒ a crescere senza che l’occupazione aumentasse; anzi l’occupazione incominciรฒ invece a ridursi. Il sistema entra in crisi verosimilmente per effetto di due fattori, uno endogeno ed uno esogeno. Il fattore endogeno era la perdita di produttivitร dell’economia statunitense rispetto alle altre economie avanzate, che determinรฒ un’espansione della moneta cartacea statunitense e che rese insostenibile il mantenimento della paritร oro-dollaro: la dichiarazione di inconvertibilitร del dollaro nell’agosto del 1971 segnรฒ, oltre alla fine del sistema dei cambi fissi, anche la svalutazione del dollaro e l’inizio di un processo inflattivo. Il fattore esogeno fu il drastico aumento del prezzo del petrolio nel 1973 e nel 1979, che contribuรฌ ulteriormente, e in modo piรน significativo, ad innalzare il tasso di inflazione. Insomma, nel breve volgere di qualche anno ci si rese conto che non solo l’inflazione non poteva essere derubricata a un semplice “incidente”, ma poteva anzi essere correlata ad una contrazione dei tassi di crescita3.
La teoria economica reagรฌ al nuovo contesto elaborando una controrivoluzione che, rispetto all’insegnamento keynesiano, invertiva gli obiettivi e i costi da sopportare per raggiungerli. Questa inversione si basava sulla famosa critica di Milton Friedman alla curva di Phillips4. Secondo Friedman, l’aumento dell’offerta di moneta o della spesa pubblica puรฒ influenzare il tasso di disoccupazione solo nel breve termine, mentre nel lungo periodo il tasso di disoccupazione rimane invariato. L’errore fondamentale dei keynesiani consisterebbe nel credere che le politiche espansive, che determinano l’aumento dei salari monetari, possano ridurre permanentemente la disoccupazione. In realtร , queste politiche generano inflazione, mantenendo cosรฌ invariati i salari reali e – di conseguenza – il tasso di disoccupazione di lungo periodo.
Le analisi della Nuova Macroeconomia Classica โ che hanno origine dai contributi di Thomas Sargent e Robert Lucas โ conducono a ipotizzare che, se i lavoratori sono in grado di anticipare correttamente l’inflazione5, non vi รจ alcuna ragione per cui il tasso di disoccupazione vari anche nel breve e medio termine. In definitiva, la curva di Phillips aumentata con le aspettative รจ di fatto verticale e qualsiasi politica espansiva non ha altro effetto che aumentare il tasso di inflazione.
Non che questa interpretazione avesse una solida base empirica, ma ben si adattava ad una narrazione che vedeva nell’intervento pubblico la principale causa della crisi del fordismo. Diversi contributi hanno segnato, da un lato, il cambiamento del paradigma dominante e, dall’altro, hanno consentito di individuare gli strumenti d’intervento che i decisori politici possono utilizzare nel nuovo contesto6.

Il cambiamento di paradigma puรฒ essere sintetizzato come l’impossibilitร dei decisori di politica economica di attuare in modo discrezionale politiche espansive poichรฉ queste creerebbero inflazione e, in presenza di aspettative razionali, risulterebbero poco credibili: le autoritร di politica economica sono quindi obbligare a rinunciare al loro potere discrezionale se vogliono raggiungere obiettivi di contenimento dell’inflazione. Del resto, questo potere discrezionale veniva considerato del tutto non necessario, dato che il corretto funzionamento dei meccanismi di mercato (deregulation) avrebbe promosso la concorrenza, ridotto i costi di produzione e favorito l’innovazione7.

La deregulation era peraltro favorita anche dal cambiamento dell’ordine economico internazionale da un sistema basato sui cambi fissi ad un sistema basato sui cambi flessibili: nel primo caso – il cosiddetto sistema di Bretton Woods – era di fatto impedita la libera circolazione del capitale e quindi i benefici della crescita erano fortemente localizzati, essendo distribuiti ai fattori produttivi localizzati nei territori in cui si svolgeva l’attivitร economica; il sistema dei cambi flessibili favoriva invece la mobilitร dei capitali e quindi il legame tra crescita economica e territori veniva meno8. La deregulation ha consentito il trasferimento delle attivitร economiche verso regioni con costi inferiori, in particolare i costi del lavoro, aumentando cosรฌ l’efficienza complessiva del sistema. Tuttavia, ciรฒ ha comportato il sacrificio di intere comunitร (soprattutto manifatturiere), condannandole alla recessione economica, erodendo il contratto sociale implicito basato sul lavoro e indebolendo le norme della socialdemocrazia9.
Gli strumenti di intervento consistono nel regolare il tasso di interesse a breve termine in risposta a variazioni del tasso di inflazione e della dinamica del reddito: un tasso di inflazione elevato e/o un livello del reddito superiore a quello di piena occupazione richiedono un aumento del tasso di interesse a breve termine per frenare le pressioni inflazionistiche; al contrario, in presenza di deflazione o di un livello di reddito che non garantisce la piena occupazione, sarร necessario ridurre il tasso d’interesse a breve termine.
Ma al di lร di questa brevissima ricostruzione del dibattito, che si puรฒ trovare in un qualsiasi libro di testo, quello che mi sembra valga la pena sottolineare รจ che la narrazione dei monetaristi e della Nuova Macroeconomia Classica prevede che, mentre
nell’approccio keynesiano, l’obiettivo della politica economica (prevalentemente perseguito attraverso una politica fiscale espansiva) era sostenere il livello del reddito e il costo eventualmente da sopportare era un aumento dell’inflazione; nel nuovo contesto teorico l’obiettivo della politica economica (prevalentemente perseguito attraverso una politica monetaria restrittiva) รจ il controllo dell’inflazione e il costo eventualmente da sopportare รจ la contrazione del livello del reddito.
La Grande Moderazione
Come รจ noto, l’approccio keynesiano e quello monetarista rappresentano esempi paradigmatici nel campo della macroeconomia. Tuttavia, i modelli teorici non sempre riescono a spiegare in modo esaustivo le dinamiche dei sistemi economici in evoluzione. Per questa ragione, risulta utile effettuare un’analisi comparativa delle caratteristiche dei due modelli alla luce dei risultati economici empiricamente osservati.
Nella figura seguente sono riportati dati che coprono il periodo dal 1947 al 2008, suddivisi in tre sottoperiodi distinti: l’era keynesiana (1947-1971), il periodo di instabilitร legato a fattori endogeni e shock esogeni (1971-1981) e il periodo di normalizzazione derivante dalla reazione al keynesismo (1981-2008). I dati utilizzati si riferiscono all’economia statunitense, una scelta dettata da esigenze di pragmatismo, in quanto la disponibilitร di dati per questo paese รจ molto vasta e non vi รจ una specificitร statunitense nell’approccio prevalente alla politica economica. Le variabili analizzate includono il tasso di crescita del prodotto interno lordo e il tasso di inflazione al consumo nei centri urbani10. Entrambe le variabili sono state estratte dalla stessa fonte di dati, la Federal Reserve Bank of St. Louis.

Come si puรฒ notare, il tasso di crescita del prodotto interno lordo รจ molto elevato nel trentennio in cui lโintervento pubblico in economia รจ consistente (+4,33% medio annuo), decresce bruscamente durante la stagflazione (+1,80% medio annuo) e ritorna su livelli elevati โ benchรฉ inferiori a quelli del dopoguerra โ nel periodo successivo (+3,78% medio annuo). Il tasso di inflazione medio registra, invece, un andamento non del tutto atteso: lโinflazione รจ infatti molto bassa nel dopoguerra (+0,95% medio annuo), cresce significativamente nel periodo dei grandi shock endogeni ed esogeni (+1,43% medio annuo), ma non si riduce negli anni del disimpegno pubblico in economia (+1,46% medio annuo).
Il grafico consente di mettere in evidenza le principali caratteristiche dell’approccio alla politica monetaria negli anni della cosiddetta Grande Moderazione. Nel trentennio compreso tra lโinizio degli anni Ottanta e la crisi dei mutui subprime il tasso di inflazione non si รจ ridotto in modo consistente, ciรฒ che รจ stata ridotta รจ lโampiezza delle fluttuazioni cicliche del livello dei prezzi. Questo risultato รจ stato ottenuto grazie alla creazione di un sistema โ basato su un controllo rigido dei saldi di finanza pubblica e dei saldi con lโestero, oltre che su un opportuno contenimento della base monetaria โ che ha attenuato le fluttuazioni del ciclo economico, rendendo meno volatili variabili economiche come la crescita del prodotto interno lordo reale, la produzione industriale e la disoccupazione.
Tuttavia, come si รจ visto, questo non implica che l’inflazione media sia diminuita o che le crisi sistemiche siano diventate meno frequenti:
ยซAcross that period, global financial markets bobbed around like rubber ducks in a kiddie pool โ remember the 1987 stock market crash, the 1990 savings and loan crisis, the 1994 Mexican crisis, the 1997 East Asian crisis, the 1998 Long Term Capital Management collapse and the 2001 dot-com collapse? [In quel periodo, i mercati finanziari globali ondeggiavano come anatre di gomma in una piscina per bambini โ basti ricordare il crollo del mercato azionario del 1987, la crisi delle risparmi e prestiti del 1990, la crisi messicana del 1994, la crisi dell’Asia orientale del 1997, la crisi dei derivati che ha condotto al crollo della Long Term Capital Management del 1998 e lo scoppio della bolla delle azioni dot-com del 2001]ยป.11
Resta che gli strumenti di contenimento dell’inflazione nell’era della Grande Moderazione non hanno condotto a risultati coerenti con la narrazione di una dinamica dei prezzi in calo, come appena mostrato. Come giร accennato, l’ipotesi che propongo รจ che il vero obiettivo delle politiche adottate in risposta al keynesismo dei Trente Glorieuses fosse la transizione da un’economia orientata alla crescita e allo sviluppo – il cui abbandono ha provocato la contrazione dei rendimenti del capitale, l’esplosione del fenomeno dei working poor, la limitazione della mobilitร sociale verso l’alto, ecc. – a un’economia basata sul valore del capitale detenuto, attraverso l’incremento esponenziale delle rendite finanziarie e immobiliari12. Accettando questa interpretazione, si possono individuare due strumenti principali utilizzati per raggiungere tali obiettivi.
- Innanzitutto, la globalizzazione dei flussi di capitale, che ha generato rendite finanziarie e immobiliari con rendimenti superiori ai profitti d’impresa. Questo fattore ha sostenuto i tassi di crescita durante il periodo della Grande Moderazione.
- In secondo luogo (e complementarmente), la soppressione delle politiche fiscali che sostenevano la crescita economica, in particolare quelle di investimento.
La crisi dei mutui subprime โ che esplode nel settembre del 2008 con il fallimento della banca dโaffari Lehman Brothers โ segna una battuta di arresto del modello della Grande Moderazione.
I fattori di crisi del modello della Grande Moderazione e la stagnazione secolare
L’ipotesi interpretativa avanzata risulta infatti compatibile anche con la dinamica dell’inflazione e del reddito nel periodo successivo la grande crisi del 2008. La figura che segue รจ la riproposizione della precedente, a cui perรฒ sono stati aggiunti i tassi di crescita del prodotto interno lordo e del tasso di inflazione negli anni che seguono la crisi dei mutui subprime.

Come si puรฒ evincere anche da una sommaria analisi del grafico proposto, gli anni seguenti la recessione del 2008 hanno registrato una sensibile contrazione sia del tasso di crescita del prodotto interno lordo (+1,01% su base annua), che del tasso di inflazione (+0,51% su base annua). Ciรฒ che sorprende maggiormente รจ che i tassi di crescita del prodotto interno lordo e il tasso di inflazione sono sostenuti โ controintuitivamente โ dalla crescita registrata a partire dalla pandemia da Covid-19 e dal conflitto russo-ucraino: infatti, escludendo gli ultimi quattro anni, la crescita media annua delle due variabili sarebbe, rispettivamente, dello 0,57% e dello 0,31%.
In definitiva, in questo periodo viene meno il caposaldo su cui si regge tutta la narrazione monetarista della Grande Moderazione, ovvero il fatto che la mancanza di inflazione favorisca in qualche modo la crescita economica. In effetti, in tutto il dopoguerra mai il tasso di inflazione รจ stato cosรฌ contenuto, cosรฌ come mai รจ stata registrata una crescita media del prodotto interno lordo tanto bassa. Cosรฌ, se l’inflazione poteva essere correlata al rallentamento della crescita economica, la crisi del 2008 dimostra che anche una diminuzione del tasso di inflazione puรฒ essere correlato a una contrazione del tasso di crescita. Quasi che la crisi dei mutui subprime volesse suggerirci che non esiste una correlazione univoca tra le due variabili, ma che occorre considerare le differenti cause dell’inflazione e i differenti impatti che tali cause hanno sulla crescita economica: insomma, sembra essere un po’ piรน complicato di cosรฌ.
Un nutrito gruppo di autori ha chiamato questo periodo stagnazione secolare, prendendo le mosse dal discorso tenuto da Larry Summers allโInternational Monetary Fund nel 201313. Si trattava, sostanzialmente, di una raccolta di dati che evidenziavano le gravi criticitร che lโeconomia statunitense โ caratterizzata da tassi di crescita del prodotto interno lordo decrescenti, da un rapporto occupati/popolazione in forte calo e da tassi di interesse reali molto contenuti โ si trovava ad affrontare negli anni post crisi.
Per comprendere un poโ meglio questo trend occorre individuare i fattori che hanno posto le basi della crisi del 2008. In particolare, si porrร lโattenzione su due aspetti specifici: il processo di formazione delle aspettative razionali, ovvero la capacitร degli attori di acquisire unโinformazione perfetta; e lโincapacitร delle politiche economiche ortodosse di tenere sotto controllo le crisi economiche e lโinstabilitร finanziaria.
A) Informazione e aspettative โ Benchรฉ scarsamente utilizzata per spiegare la crisi del modello ortodosso della Grande Moderazione, vale la pena porsi il problema di quali sono le aspettative con cui abbiamo a che fare. La costruzione teorica della Nuova Macroeconomia Classica si basa quasi interamente sull’ipotesi di aspettative razionali, ovvero sulla capacitร degli individui di avere informazione cosรฌ approfondita da permette agli agenti economici di prevedere gli effetti delle politiche pubbliche sul tasso di inflazione: in quest’ottica il prezzo veicola tutta l’informazione necessaria a valutare le caratteristiche dei beni da scambiare14.
Per la veritร una pietra tombale su questa ipotesi era giร stata posta โ verrebbe da dire preventivamente โ da Akerlof15, che aveva dimostrato come il prezzo non trasmettesse informazioni inequivocabili sulla qualitร dei beni scambiati. Ma anche accettando l’argomentazione lucasiana che la crescente capacitร di calcolo migliori l’informazione disponibile, resta comunque evidente una notevole differenza da colmare tra informazione perfetta e informazione disponibile (narrazione).
Ad esempio, รจ stato rilevato che le persone tendono a dare un giudizio piรน positivo della propria personale condizione economica, che percepiscono correttamente, rispetto alla valutazione che effettuano a livello nazionale16. Questo โpregiudizio di positivitร localeโ (local positivity bias) potrebbe essere dovuto al fatto che lโinformazione di cui dispongono sullo stato dellโeconomia nazionale รจ mediato da fonti di informazione che, per loro natura, non sono imparziali.
Un secondo fattore esplicativo รจ che questa valutazione potrebbe essere significativamente correlata allโappartenenza politica degli individui. Un interessante recente contributo di Binder, Kamdar e Ryngaert17 โ sulle aspettative degli elettori statunitensi โ suggerisce infatti che gli elettori repubblicani abbiano aspettative di inflazione piรน alte se il presidente รจ democratico e piรน basse se il presidente รจ repubblicano. Naturalmente questa evidenza รจ legata al fatto che l’esperimento condotto dagli autori รจ stato effettuato durante la presidenza Biden ed รจ verosimile che le stesse evidenze siano valide anche per l’elettorato democratico sotto una presidenza repubblicana, come peraltro si puรฒ notare anche dal grafico che segue.
A titolo di esempio, in quel grafico sono presentate due rilevazioni. Nel primo caso รจ stato chiesto agli elettori di dare un giudizio sulla propria situazione finanziaria nei cinque anni precedenti le elezioni: nell’arco di un mese tale giudizio รจ passato dall’essere prevalentemente negativo (la maggioranza repubblicana dava un giudizio negativo della Bidenomics) all’essere prevalentemente positivo (gli elettori repubblicani mostravano fiducia nella capacitร della nuova amministrazione di regolare l’economia); ciรฒ avveniva senza che il reddito degli elettori nei cinque anni precedenti fosse ovviamente variato. Il secondo grafico misura la fiducia dei consumatori per i due elettorati di riferimento: ebbene, la fiducia dei consumatori che hanno votato per il partito repubblicano รจ molto bassa fino alla data delle elezioni, per poi migliorare improvvisamente con la vittoria del candidato repubblicano; per contro, si assiste ad un drastico peggioramento della fiducia dei consumatori democratici dopo l’elezione di Trump.

Come afferma Adam Tooze:
ยซIl sentimento economico e la faziositร nell’America contemporanea non sono variabili indipendenti. Il tentativo di spiegare il comportamento di voto facendo riferimento allโopinione sull’economia รจ ingenuo perchรฉ lโopinione sull’economia รจ chiaramente legata alla faziositร [โฆ] Se qualcuno dichiarasse che le preoccupazioni per il costo della vita lo hanno spinto a votare per Trump nel 2024, sarebbe ingenuo immaginare che โ se la politica economica di Biden avesse prodotto un tasso di inflazione marginalmente inferiore โ quell’elettore sarebbe tornato nel campo di Bidenยป18.
In definitiva, ciรฒ che sembra rilevante รจ che le aspettative non appaiono razionali, ma sembrano invece influenzate da un bias di conferma e diventano cosรฌ aspettative faziose (partisan expectations). Due sono le conseguenze delle aspettative faziose: la regolazione dei mercati e la produzione di narrazione.
Quanto al primo aspetto, in assenza di informazione perfetta, le forme di mercato concorrenziali cedono il passo a regolazioni gestite dalle oligarchie che controllano le cosiddette superfirms. La differenza tra i due sistemi รจ che nel primo caso lโinformazione รจ incorporata nel sistema dei prezzi ed รจ pertanto sostanzialmente gratuita per i contraenti lo scambio. Nel secondo รจ invece proprietร di una sola delle controparti, quella che dispone informazioni meno distorte sulla qualitร dei beni da scambiare: il venditore nellโormai tradizionale caso del mercato dei โlimoniโ di Akerlof; e, al momento attuale, i gruppi che investono grandi somme nellโattivitร di Data Analysis.
Ciรฒ conduce alla seconda conseguenza, ovvero al fatto che un sistema cosรฌ ordinato consente di orientare i comportamenti individuali al di fuori di quella logica di razionalitร funzionale che ha caratterizzato la teoria economica standard.
Queste due circostanze rendono il sistema instabile, come รจ ad esempio avvenuto nel caso della crisi dei mutui subprime. Giร alcuni anni prima dellโesplosione della crisi del 2008 era infatti ben noto che molte istituzioni finanziarie avevano un profilo di rischio in aumento, ma del quale non si conoscevano con precisione nรฉ l’entitร , nรฉ la sostenibilitร : ciรฒ ha indotto gli operatori ad assumere rischi crescenti e i risparmiatori a collocare fondi su junk bond.
B) Lโeconomia della depressione โ Come anticipato, lโinterpretazione che ha riscosso maggior successo รจ quella della stagnazione secolare. Inizialmente proposta come analisi empirica, il riconoscimento dellโimpasse del sistema capitalistico globale richiedeva tuttavia di individuare le cause e rendere conto dei fattori che potevano spiegare il nuovo cambio di paradigma. Sotto questo punto di vista, i principali contributi possono essere raggruppati in tre macro gruppi: lโeccesso di risparmio mondiale; la lenta crescita del reddito, che รจ sostanzialmente imputabile al rallentamento della domanda e/o alla minore produttivitร dei fattori produttivi; e lโinstabilitร economica e finanziaria che potrebbe aver avuto origine dallโapplicazione delle politiche economiche prevalenti nel periodo della Grande Moderazione.
Lโeccesso di risparmio mondiale19 รจ stato a sua volta favorito da due fattori. Da un lato, i paesi in via di sviluppo hanno trovato conveniente investire i loro attivi negli Stati Uniti e nei paesi avanzati per acquisire valuta estera e arginare le crisi finanziarie che avevano colpito molte delle loro economie negli anni Ottanta. Dallโaltro, questo flusso di capitali in entrata โ insieme ai finanziamenti a basso costo accessibili alle famiglie statunitensi grazie alle politiche di quantitative easing della Federal Reserve Bank โ ha determinato una riduzione dei tassi di interesse che ha favorito lโincremento della produzione per il consumo delle famiglie (ad esempio, la proliferazione delle bolle immobiliari) piuttosto che per le attivitร di esportazione, diminuendo quindi la produttivitร complessiva del sistema economico. Secondo i sostenitori di questa interpretazione, gli squilibri produrrebbero effetti di instabilitร solo nel medio periodo, dato che nel lungo termine i paesi in via di sviluppo con surplus di parte corrente avrebbero acquisito le riserve liquide che avrebbero garantito loro la stabilitร finanziaria.
Quanto alla lenta crescita del reddito, i sostenitori della stagnazione secolare causata da fattori di domanda sottolineano che la crescente disuguaglianza nella distribuzione dei redditi tende ad aumentare la quota di reddito destinata a chi ha una minore propensione alla spesa: di conseguenza, le famiglie non spendono abbastanza e le aziende non investono a sufficienza, anche a tassi di interesse prossimi allo zero20. Dal lato dell’offerta si ipotizza, invece, che la lenta crescita del reddito possa dipendere dal rallentamento del progresso tecnico e dalla carenza di infrastrutture, istruzione e formazione21.
Il terzo fattore รจ rappresentato dallโinstabilitร economica e finanziaria causata dalle misure adottate prima della grande crisi del 200822. Secondo questa interpretazione, le politiche economiche ortodosse, come la riduzione della spesa pubblica e la deregolamentazione dei mercati, non sono sufficienti per prevenire le crisi finanziarie: infatti, da un lato, le misure di contenimento della spesa pubblica incidono negativamente sulla domanda aggregata; dallโaltro, la deregolamentazione dei mercati puรฒ indurre le istituzioni finanziarie ad assumere comportamenti rischiosi, quali l’espansione eccessiva di crediti difficilmente solvibili. Quando queste situazioni si verificano, come รจ avvenuto in occasione della crisi dei mutui subprime, le autoritร di politica monetaria non hanno piรน strumenti per mantenere la piena occupazione, dato che il tasso nominale d’interesse – che รจ giร molto basso come esito delle politiche monetarie restrittive – dovrebbe scendere sotto zero, il che รจ evidentemente impossibile: l’economia si troverebbe quindi in quella che Keynes definรฌ โtrappola della liquiditร โ. I sostenitori di questa interpretazione suggeriscono pertanto una politica fiscale espansiva, volta ad aumentare gli investimenti pubblici e stimolare quelli privati.
Conclusioni
In questo contributo ho provato a interpretare le dinamiche economiche degli ultimi cinquant’anni alla luce delle relazioni tra crescita e inflazione: queste relazioni, come si รจ visto, hanno cambiato forma piรน volte per effetto di shock esogeni, di fattori endogeni e anche di cambiamenti del nostro modo di interpretare la dinamica dei sistemi economici. In particolare, l’ipotesi che ho sostenuto con maggior forza รจ che la visione keynesiana della necessitร della politica fiscale puรฒ portare a una crescita con elevata inflazione, mentre la visione monetarista della necessitร di contenere la politica fiscale puรฒ mantenere bassa l’inflazione ma rallentare la crescita. Ma non รจ una legge generale, tanto รจ vero che il tasso di inflazione non รจ mai stato tanto basso come durante i Trente Glorieuses e che si รจ avuta crescita anche nel periodo della deregulation e del disimpegno dello Stato dalla gestione dell’economia.
Pur non essendo stato l’oggetto di questa analisi, credo l’inflazione sia un fenomeno che dipende in gran parte da fenomeni che – in senso lato – potremmo definire distributivi, ovvero con fenomeni che hanno a che fare con l’esistenza di conflitti che si innescano per ottenere la gestione delle risorse produttive.
In primo luogo, l’inflazione da offerta รจ riconducibile spesso al conflitto per il controllo delle risorse energetiche e delle materie prime (cfr. shock petroliferi, guerra in Iraq, controllo delle terre rare, ecc.). In questo caso l’inflazione viene generalmente considerata un fenomeno che rallenta la crescita economica.
In secondo luogo, esiste un’inflazione da domanda legata alla sfera della distribuzione del reddito tra profitti e salari: in un contesto di conflitto distributivo, contenere l’inflazione significa ridurre il potere d’acquisto dei lavoratori perchรฉ ciรฒ manterrร basso il livello dei prezzi. Le relazioni con la crescita sono ambivalenti: in assenza di progresso tecnico, l’inflazione รจ un fenomeno che aumenta i costi e rallenta pertanto la crescita economica; d’altra parte, alcuni autori sottolineano che il conflitto distributivo tende a ridurre i profitti delle imprese ed รจ pertanto un potente incentivo a investire (cfr. il cosiddetto effetto Ricardo)23.
Ma esiste anche un terzo tipo di inflazione, spesso trascurato, che mi pare importante perchรฉ puรฒ essere correlato alla crescita economica: รจ l’inflazione da domanda che deriva dalla necessitร degli imprenditori di disporre dei fattori produttivi necessari alla loro attivitร . ร un fenomeno ben spiegato da Schumpeter, che lo lega alla necessitร dell’imprenditore innovatore di procurarsi le risorse necessarie a innovare24 e che puรฒ anche essere messo in relazione agli investimenti che vengono effettuati quando gli sbocchi di mercato vanno ingrandendosi25. Anche in questo caso i salari aumentano e ciรฒ genera inflazione, ma aumentano anche i profitti e l’inflazione non รจ l’effetto di conflitti distributivi: รจ piuttosto l’effetto di processi di crescita economica.
In definitiva, i rapporti tra crescita e inflazione variano probabilmente da caso a caso e – alla luce delle recenti dinamiche che hanno condotto alla stagnazione secolare – non รจ probabilmente necessario demonizzare l’inflazione, gli interventi volti a stimolare la domanda e la politica fiscale. Solo liberandoci dai nostri pregiudizi di conferma (confirmation bias) saremo in grado di costruire teorie in grado di adattarsi meglio all’evidenza empirica.
In conclusione, occorre riconoscere che gli ultimi quindici anni segnano la fine del modello della Grande Moderazione ma non ancora l’inizio di un nuovo modello. Questa analisi non puรฒ che essere condotta in termini di scenari possibili, data l’elevata incertezza legata ai cambiamenti geopolitici ed economici in atto. Se avrรฒ forze e tempo, mi propongo quindi di affrontare in un successivo contributo tre temi che a mio avviso sono centrali per definire tale modello: il cambiamento demografico, la comparsa di nuovi modelli organizzativi e l’innovazione tecnologica (con particolare riferimento allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale e delle tecnologie di contrasto al cambiamento climatico).
NOTE
- Analisi di questo tipo sono state condotte, in riferimento alla crisi dei sistemi di produzione fordisti negli anni Settanta ed Ottanta del secolo scorso, da diversi autori. Negli Stati Uniti, ad esempio, Piore e Sabel hanno descritto molto approfonditamente la transizione dal fordismo al post-fordismo (cfr. M.J. Piore, Ch.F. Sabel, The Second Industrial Divide, New York, Basic Books, 1984; trad. it. Le due vie dello sviluppo industriale. Produzione di massa e produzione flessibile, ISEDI, 1987). In Europa, la scuola francese della teoria della regolazione ha prodotto analisi altrettanto stimolanti: cfr. D. Clerc, A. Lipietz, J. Satre-Buisson, La crise, Syros, 1985; B. Billaudot, A. Gauron, Croissance et crise, Editions la Dรฉcouverte, 1985; R. Boyer, La thรฉorie de la rรฉgulation: une analyse critique, Editions la Dรฉcouverte, 1987; R. Boyer, J.P. Durand, L’aprรจs-fordisme, Syros, 1993. โฉ๏ธ
- A.W. Phillips, The Relation between the Unemployment and the Rate of Change of Money Wage Rates in the United Kingdom, 1861-1957, Economica, vol. 25, n. 100, 1958, pp.283-299. โฉ๏ธ
- Negli anni Ottanta numerose pubblicazioni evidenziarono una relazione inversa tra tassi di crescita e inflazione, almeno nel lungo periodo: cfr., ad esempio, S. Fischer, Inflation and Growth, NBER Working Paper Series, n. 1235, 1983; R. J. Barro, Inflation and Growth, Federal Reserve Bank of St. Louis Review, May/June 1996, pp. 153-169; M. Bruno, W. Easterly, Inflation and Growth: In Search of a Stable Relationship, Federal Reserve Bank of St. Louis Review, May/June 1996, pp. 139-146. โฉ๏ธ
- Cfr. M. Friedman, The Role of Monetary Policy, The American Economic Review, vol. 58, n. 1, 1968, pp. 1โ17. โฉ๏ธ
- Cfr. R. E. Lucas jr., Expectation and the Neutrality of Money, Journal of Economic Theory, vol. 4, n. 2, 1972, pp. 103-124; R. E. Lucas jr., Models of Business Cycles, Basil Blackwell, 1987; T. J. Sargent, N. Wallace, Rational Expectations and the Theory of Economic Policy, Journal of Monetary Economics, vol. 2, n.2, 1976, pp. 169-183; T. J. Sargent, Rational Expectations and Inflation, Harper and Row, 1986. โฉ๏ธ
- Cfr. F. E. Kydland, E. C. Prescott, Rules Rather than Discretion: The Inconsistency of Optimal Plans, Journal of Political Economy, vol. 85, n. 3, 1977, pp. 473-492; R. J. Barro, D. B. Gordon, A Positive Theory of Monetary Policy in a Natural-Rate Model, NBER Working Paper Series, n. 0807, 1981; R. J. Barro, D. B. Gordon, Rules, Discretion and Reputation in a Model of Monetary Policy, NBER Working Paper Series, n. 1079, 1983; J. B. Taylor, A Historical Analysis of Monetary Policy Rules, in Monetary Policy Rules, University of Chicago Press, 1999, pp. 319-341. โฉ๏ธ
- O. Blanchard, F. Giavazzi, Macroeconomic Effects of Regulation and Deregulation in Goods and Labor Markets, NBER Working Paper Series, n. 8120, 2001. โฉ๏ธ
- Ho scritto con Andrea Kalajzic qualcosa su questi temi in questo post e ho trovato molto simile alla nostra interpretazione l’analisi di Trevor Jackson (cfr. T. Jackson intervieved by I. Waraich, The Ungovernable Economy, The New York Review, jan 25, 2025):
“i decenni del dopoguerra di rapida crescita economica e di distribuzione relativamente equa del reddito in Occidente si basavano sui controlli sui capitali, che erano una caratteristica del sistema monetario di Bretton Woods che rendeva difficile spostare rapidamente i capitali attraverso i confini internazionali. Ciรฒ significava che i proprietari di capitale erano bloccati con qualsiasi compromesso politico democratico fosse stato fatto a livello nazionale, l’esempio classico sono le tasse molto elevate degli anni ’50 e ’60. Questo ha funzionato perchรฉ si potevano tassare i proprietari di capitale, ed era molto difficile per loro andarsene con il loro capitale. Ciรฒ significava che avevano un incentivo a reinvestire i profitti ed espandere la produzione in patria per mantenere bassa la disoccupazione. Con una bassa disoccupazione, il lavoro รจ relativamente potente, e questo crea una specie di comunitร condivisa di obblighi soggetta alla stessa responsabilitร democratica. Semplicemente non รจ piรน fattibile. Senza quei controlli sui capitali, รจ possibile che il capitale si allontani da una comunitร di obblighi”. โฉ๏ธ - Cfr. D. Autor, D. Dorn, G. H. Hanson, The China Syndrome: Local Labor Market Effects of Import Competition in the United States, The American Economic Review, vol. 103, n. 6, 2013, pp. 2121-2168; D. Autor, D. Dorn, G. H. Hanson, M. R. Jones, B. Setzler, Places versus People: The Ins and Outs of Labor Market Adjustment to Globalization, NBER Working Paper Series, n. 33424, 2025. โฉ๏ธ
- Sono quindi escluse dalla rilevazione le aree non urbane, per le quali non sono disponibili serie storiche cosรฌ prolungate. โฉ๏ธ
- J. B. DeLong, The Scary Debate Over Secular Stagnation. Hiccup or Endgame?, The Milken Institute Review, Fourth Quarter, 2015, p. 8. โฉ๏ธ
- Cfr. Th. Piketty, Le capital au XXIe siรจcle, Edition du Seuil, 2013 (trad. it. Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014) e Th. Piketty, Capital et idรฉologie, Paris, Edition du Seuil, 2020 (trad. it. Capitale e ideologia, La Nave di Teseo, 2020). โฉ๏ธ
- Cfr. L. H. Summers, US Economic Prospects: Secular Stagnation, Hysteresis, and the Zero Lower Bound, Business Economics, vol. 49, n. 2, 2014, pp. 65-73. โฉ๏ธ
- Si veda la nota 5: cfr. R. E. Lucas jr., op. cit., 1972; R. E. Lucas jr., op. cit., 1987; T. J. Sargent, N. Wallace, op. cit., 1976; T. J. Sargent, op. cit., 1986. โฉ๏ธ
- Cfr. G. A. Akerlof, The Market for โLemonsโ, Quality Uncertainty and the Market Mechanism, The Quarterly Journal of Economics, vol. 84, n. 3, 1970, pp. 488-500. โฉ๏ธ
- Cfr. F. Newport, Exploring Americans’ Satisfaction With Their Personal Lives, Gallup, feb 16, 2024. โฉ๏ธ
- Cfr. C. Binder, R. Kamdar, J. M. Ryngaert, Partisan Expectations and COVID-Era Inflation, NBER Working Paper Series, n. 32650, 2024. โฉ๏ธ
- Cfr. A. Tooze, Adam Tooze Chartbook n. 346, jan 17, 2025. โฉ๏ธ
- Cfr. B. Bernanke, The Global Saving Glut and the U.S. Current Account Deficit, Sandridge Lecture, Virginia Association of Economists, mar 10, 2005. โฉ๏ธ
- Cfr. L. H. Summers, Reflections on the โNew Secular Stagnation Hypothesis, in C. Teulings, R. Baldwin, eds., Secular Stagnation: Facts, Causes, and Cures, CEPR Press, 2014, pp. 27-38; L. H. Summers, Demand Side Secular Stagnation, American Economic Review, Papers & Proceedings, vol. 105, n. 5, 2015, pp. 60โ65. โฉ๏ธ
- Cfr. R. J. Gordon, The Turtleโs Progress: Secular Stagnation Meets the Headwinds, in C. Teulings, R. Baldwin, eds., op. cit., pp. 47-59; R. J. Gordon, Secular Stagnation: A Supply-Side View, American Economic Review, Papers & Proceedings, vol. 105, n. 5, 2015, pp. 54-59; B. Eichengreen, Secular Stagnation: A Review of the Issues, in C. Teulings, R. Baldwin, eds., op. cit., pp. 42-46; B. Eichengreen, Secular Stagnation: The Long View, American Economic Review, Papers & Proceedings, vol. 105, n. 5, 2015, pp. 66-70.ย โฉ๏ธ
- Cfr. P. Krugman, The Return of Depression Economics and the Crisis of 2008, W. W. Norton & Company, 2009; P. Krugman, The Austerity Delusion, The Guardian, apr 29, 2015.ย โฉ๏ธ
- Cfr. P. Sylos Labini, Torniamo ai classici. Produttivitร del lavoro, progresso tecnico e sviluppo economico, Editori Laterza, 2004. โฉ๏ธ
- Cfr. J. A. Schumpeter, The Theory of Economic Development. An Inquiry Into Profits, Capital, Credit, Interest, and the Business Cycle, Harvard University Press, 1934. โฉ๏ธ
- Allyn Young – riprendendo un noto passaggio di Adam Smith – afferma ad esempio che la divisione del lavoro รจ limitata dall’estensione del mercato (cfr. A. Young, Increasing Returns and Economic Progress, The Economic Journal, vol. 38, n. 152, 1928, pp. 527-542): da questa considerazione prendono avvio molte riflessioni della cosiddetta teoria della modernizzazione, che ha caratterizzato la teoria dello sviluppo economico negli anni Quaranta e Cinquanta. D’altra parte, la cosiddetta legge di Kaldor-Verdoorn (cfr. P. J. Verdoorn, Fattori che regolano lo sviluppo della produttivitร del lavoro, LโIndustria, n. 1, 1949, pp. 45-53; N. Kaldor, Causes of the Slow Growth in the United Kingdom, Cambridge University Press, 1966) – che legava gli investimenti alla crescita della produttivitร – forniva un’ulteriore motivazione al comportamento dell’imprenditore schumpeteriano. โฉ๏ธ
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