crescita e inflazione (I): un’analisi empirica

Confirmation bias is the most effective way to go on living a lie

Criss Jami

Per formazione, sono principalmente interessato ai temi della crescita e dello sviluppo economico piuttosto che alla politica monetaria. Data la premessa, mi pare tuttavia utile esplorare in che modo la crescita economica possa eventualmente influenzare e/o essere influenzata dalla dinamica dei prezzi. Come si vedrร , le interpretazioni circa le relazioni tra queste due variabili hanno subito numerose modificazioni negli ultimi cinquant’anni, rendendo il quadro di analisi complesso e stimolante. Anche se le riflessioni che seguiranno possono sembrare relativamente sistematiche, l’obiettivo principale รจ promuovere uno scambio di idee su questi temi. Nella migliore delle ipotesi (se saranno sensate), queste riflessioni contribuiranno a interpretare le complesse dinamiche del sistema economico globale.

Da un punto di vista metodologico, si adotterร  un approccio basato sull’idea che l’evoluzione delle relazioni tra crescita e inflazione possa essere compresa in rapporto sia al cambiamento delle condizioni economiche di contesto (variabili esogene), sia soprattutto in rapporto alle forme di regolazione sociale prevalenti (variabili endogene)1.

L’etร  dell’oro keynesiana e la controrivoluzione monetarista

Tutto il periodo che intercorre dalla fine della seconda guerra mondiale all’inizio degli anni Settanta – i cosiddetti Trente Glorieuses – รจ caratterizzato da un forte coinvolgimento dello Stato nella regolazione dei processi economici, secondo modalitร  che traevano ispirazione dall’analisi condotta da John Maynard Keynes nella sua The General Theory of Employment, Interest and Money, Palgrave Macmillan, 1936 (trad. it. Occupazione interesse e moneta, UTET, 1947).

L’obiettivo di politiche di questo tipo era quello di stabilizzare il reddito su livelli di impiego della forza lavoro quanto piรน possibile vicini alla piena occupazione: il fine prioritario dell’intervento pubblico era quindi sostenere il tasso di crescita del prodotto interno lordo e il tasso di occupazione. Il buon esito di questo approccio alla politica economica era garantito da un robusto lavoro empirico, la cosiddetta curva di Phillips2.

Come รจ evidente dalla figura appena presentata, Phillips dimostrรฒ empiricamente che il tasso di disoccupazione era inversamente correlato al salario nominale e, quindi, al livello dei prezzi. Il costo di raggiungere l’obiettivo della piena occupazione attraverso la spesa fiscale consisteva quindi nell’accettare la crescita dei salari nominali e dell’inflazione nel breve periodo. E poichรฉ il lungo periodo รจ composto da molti brevi periodi consecutivi, i Trente Glorieuses altro non erano che una sorta di etร  dell’oro in cui lo Stato, attraverso la spesa pubblica, riusciva a raggiungere i propri obiettivi con costi tutto sommato piรน che accettabili.

Ma, naturalmente, il diavolo sta nei dettagli e il dettaglio fu in questo caso che – all’inizio degli anni Settanta – l’inflazione cominciรฒ a crescere senza che l’occupazione aumentasse; anzi l’occupazione incominciรฒ invece a ridursi. Il sistema entra in crisi verosimilmente per effetto di due fattori, uno endogeno ed uno esogeno. Il fattore endogeno era la perdita di produttivitร  dell’economia statunitense rispetto alle altre economie avanzate, che determinรฒ un’espansione della moneta cartacea statunitense e che rese insostenibile il mantenimento della paritร  oro-dollaro: la dichiarazione di inconvertibilitร  del dollaro nell’agosto del 1971 segnรฒ, oltre alla fine del sistema dei cambi fissi, anche la svalutazione del dollaro e l’inizio di un processo inflattivo. Il fattore esogeno fu il drastico aumento del prezzo del petrolio nel 1973 e nel 1979, che contribuรฌ ulteriormente, e in modo piรน significativo, ad innalzare il tasso di inflazione. Insomma, nel breve volgere di qualche anno ci si rese conto che non solo l’inflazione non poteva essere derubricata a un semplice “incidente”, ma poteva anzi essere correlata ad una contrazione dei tassi di crescita3.

nell’approccio keynesiano, l’obiettivo della politica economica (prevalentemente perseguito attraverso una politica fiscale espansiva) era sostenere il livello del reddito e il costo eventualmente da sopportare era un aumento dell’inflazione; nel nuovo contesto teorico l’obiettivo della politica economica (prevalentemente perseguito attraverso una politica monetaria restrittiva) รจ il controllo dell’inflazione e il costo eventualmente da sopportare รจ la contrazione del livello del reddito.

La Grande Moderazione

ยซAcross that period, global financial markets bobbed around like rubber ducks in a kiddie pool โ€“ remember the 1987 stock market crash, the 1990 savings and loan crisis, the 1994 Mexican crisis, the 1997 East Asian crisis, the 1998 Long Term Capital Management collapse and the 2001 dot-com collapse? [In quel periodo, i mercati finanziari globali ondeggiavano come anatre di gomma in una piscina per bambini โ€“ basti ricordare il crollo del mercato azionario del 1987, la crisi delle risparmi e prestiti del 1990, la crisi messicana del 1994, la crisi dell’Asia orientale del 1997, la crisi dei derivati che ha condotto al crollo della Long Term Capital Management del 1998 e lo scoppio della bolla delle azioni dot-com del 2001]ยป.11

Resta che gli strumenti di contenimento dell’inflazione nell’era della Grande Moderazione non hanno condotto a risultati coerenti con la narrazione di una dinamica dei prezzi in calo, come appena mostrato. Come giร  accennato, l’ipotesi che propongo รจ che il vero obiettivo delle politiche adottate in risposta al keynesismo dei Trente Glorieuses fosse la transizione da un’economia orientata alla crescita e allo sviluppo – il cui abbandono ha provocato la contrazione dei rendimenti del capitale, l’esplosione del fenomeno dei working poor, la limitazione della mobilitร  sociale verso l’alto, ecc. – a un’economia basata sul valore del capitale detenuto, attraverso l’incremento esponenziale delle rendite finanziarie e immobiliari12. Accettando questa interpretazione, si possono individuare due strumenti principali utilizzati per raggiungere tali obiettivi.

  1. Innanzitutto, la globalizzazione dei flussi di capitale, che ha generato rendite finanziarie e immobiliari con rendimenti superiori ai profitti d’impresa. Questo fattore ha sostenuto i tassi di crescita durante il periodo della Grande Moderazione.
  2. In secondo luogo (e complementarmente), la soppressione delle politiche fiscali che sostenevano la crescita economica, in particolare quelle di investimento.

La crisi dei mutui subprime โ€“ che esplode nel settembre del 2008 con il fallimento della banca dโ€™affari Lehman Brothers โ€“ segna una battuta di arresto del modello della Grande Moderazione.

I fattori di crisi del modello della Grande Moderazione e la stagnazione secolare

Un nutrito gruppo di autori ha chiamato questo periodo stagnazione secolare, prendendo le mosse dal discorso tenuto da Larry Summers allโ€™International Monetary Fund nel 201313. Si trattava, sostanzialmente, di una raccolta di dati che evidenziavano le gravi criticitร  che lโ€™economia statunitense โ€“ caratterizzata da tassi di crescita del prodotto interno lordo decrescenti, da un rapporto occupati/popolazione in forte calo e da tassi di interesse reali molto contenuti โ€“ si trovava ad affrontare negli anni post crisi.

Per comprendere un poโ€™ meglio questo trend occorre individuare i fattori che hanno posto le basi della crisi del 2008. In particolare, si porrร  lโ€™attenzione su due aspetti specifici: il processo di formazione delle aspettative razionali, ovvero la capacitร  degli attori di acquisire unโ€™informazione perfetta; e lโ€™incapacitร  delle politiche economiche ortodosse di tenere sotto controllo le crisi economiche e lโ€™instabilitร  finanziaria.

Come afferma Adam Tooze:

ยซIl sentimento economico e la faziositร  nell’America contemporanea non sono variabili indipendenti. Il tentativo di spiegare il comportamento di voto facendo riferimento allโ€™opinione sull’economia รจ ingenuo perchรฉ lโ€™opinione sull’economia รจ chiaramente legata alla faziositร  [โ€ฆ] Se qualcuno dichiarasse che le preoccupazioni per il costo della vita lo hanno spinto a votare per Trump nel 2024, sarebbe ingenuo immaginare che โ€“ se la politica economica di Biden avesse prodotto un tasso di inflazione marginalmente inferiore โ€“ quell’elettore sarebbe tornato nel campo di Bidenยป18.

In definitiva, ciรฒ che sembra rilevante รจ che le aspettative non appaiono razionali, ma sembrano invece influenzate da un bias di conferma e diventano cosรฌ aspettative faziose (partisan expectations). Due sono le conseguenze delle aspettative faziose: la regolazione dei mercati e la produzione di narrazione.

Quanto al primo aspetto, in assenza di informazione perfetta, le forme di mercato concorrenziali cedono il passo a regolazioni gestite dalle oligarchie che controllano le cosiddette superfirms. La differenza tra i due sistemi รจ che nel primo caso lโ€™informazione รจ incorporata nel sistema dei prezzi ed รจ pertanto sostanzialmente gratuita per i contraenti lo scambio. Nel secondo รจ invece proprietร  di una sola delle controparti, quella che dispone informazioni meno distorte sulla qualitร  dei beni da scambiare: il venditore nellโ€™ormai tradizionale caso del mercato dei โ€œlimoniโ€ di Akerlof; e, al momento attuale, i gruppi che investono grandi somme nellโ€™attivitร  di Data Analysis.

Ciรฒ conduce alla seconda conseguenza, ovvero al fatto che un sistema cosรฌ ordinato consente di orientare i comportamenti individuali al di fuori di quella logica di razionalitร  funzionale che ha caratterizzato la teoria economica standard.

Queste due circostanze rendono il sistema instabile, come รจ ad esempio avvenuto nel caso della crisi dei mutui subprime. Giร  alcuni anni prima dellโ€™esplosione della crisi del 2008 era infatti ben noto che molte istituzioni finanziarie avevano un profilo di rischio in aumento, ma del quale non si conoscevano con precisione nรฉ l’entitร , nรฉ la sostenibilitร : ciรฒ ha indotto gli operatori ad assumere rischi crescenti e i risparmiatori a collocare fondi su junk bond.

B) Lโ€™economia della depressione โ€“ Come anticipato, lโ€™interpretazione che ha riscosso maggior successo รจ quella della stagnazione secolare. Inizialmente proposta come analisi empirica, il riconoscimento dellโ€™impasse del sistema capitalistico globale richiedeva tuttavia di individuare le cause e rendere conto dei fattori che potevano spiegare il nuovo cambio di paradigma. Sotto questo punto di vista, i principali contributi possono essere raggruppati in tre macro gruppi: lโ€™eccesso di risparmio mondiale; la lenta crescita del reddito, che รจ sostanzialmente imputabile al rallentamento della domanda e/o alla minore produttivitร  dei fattori produttivi; e lโ€™instabilitร  economica e finanziaria che potrebbe aver avuto origine dallโ€™applicazione delle politiche economiche prevalenti nel periodo della Grande Moderazione.

Lโ€™eccesso di risparmio mondiale19 รจ stato a sua volta favorito da due fattori. Da un lato, i paesi in via di sviluppo hanno trovato conveniente investire i loro attivi negli Stati Uniti e nei paesi avanzati per acquisire valuta estera e arginare le crisi finanziarie che avevano colpito molte delle loro economie negli anni Ottanta. Dallโ€™altro, questo flusso di capitali in entrata โ€“ insieme ai finanziamenti a basso costo accessibili alle famiglie statunitensi grazie alle politiche di quantitative easing della Federal Reserve Bank โ€“ ha determinato una riduzione dei tassi di interesse che ha favorito lโ€™incremento della produzione per il consumo delle famiglie (ad esempio, la proliferazione delle bolle immobiliari) piuttosto che per le attivitร  di esportazione, diminuendo quindi la produttivitร  complessiva del sistema economico. Secondo i sostenitori di questa interpretazione, gli squilibri produrrebbero effetti di instabilitร  solo nel medio periodo, dato che nel lungo termine i paesi in via di sviluppo con surplus di parte corrente avrebbero acquisito le riserve liquide che avrebbero garantito loro la stabilitร  finanziaria.

Quanto alla lenta crescita del reddito, i sostenitori della stagnazione secolare causata da fattori di domanda sottolineano che la crescente disuguaglianza nella distribuzione dei redditi tende ad aumentare la quota di reddito destinata a chi ha una minore propensione alla spesa: di conseguenza, le famiglie non spendono abbastanza e le aziende non investono a sufficienza, anche a tassi di interesse prossimi allo zero20. Dal lato dell’offerta si ipotizza, invece, che la lenta crescita del reddito possa dipendere dal rallentamento del progresso tecnico e dalla carenza di infrastrutture, istruzione e formazione21.

Il terzo fattore รจ rappresentato dallโ€™instabilitร  economica e finanziaria causata dalle misure adottate prima della grande crisi del 200822. Secondo questa interpretazione, le politiche economiche ortodosse, come la riduzione della spesa pubblica e la deregolamentazione dei mercati, non sono sufficienti per prevenire le crisi finanziarie: infatti, da un lato, le misure di contenimento della spesa pubblica incidono negativamente sulla domanda aggregata; dallโ€™altro, la deregolamentazione dei mercati puรฒ indurre le istituzioni finanziarie ad assumere comportamenti rischiosi, quali l’espansione eccessiva di crediti difficilmente solvibili. Quando queste situazioni si verificano, come รจ avvenuto in occasione della crisi dei mutui subprime, le autoritร  di politica monetaria non hanno piรน strumenti per mantenere la piena occupazione, dato che il tasso nominale d’interesse – che รจ giร  molto basso come esito delle politiche monetarie restrittive – dovrebbe scendere sotto zero, il che รจ evidentemente impossibile: l’economia si troverebbe quindi in quella che Keynes definรฌ โ€œtrappola della liquiditร โ€. I sostenitori di questa interpretazione suggeriscono pertanto una politica fiscale espansiva, volta ad aumentare gli investimenti pubblici e stimolare quelli privati.

Conclusioni

In questo contributo ho provato a interpretare le dinamiche economiche degli ultimi cinquant’anni alla luce delle relazioni tra crescita e inflazione: queste relazioni, come si รจ visto, hanno cambiato forma piรน volte per effetto di shock esogeni, di fattori endogeni e anche di cambiamenti del nostro modo di interpretare la dinamica dei sistemi economici. In particolare, l’ipotesi che ho sostenuto con maggior forza รจ che la visione keynesiana della necessitร  della politica fiscale puรฒ portare a una crescita con elevata inflazione, mentre la visione monetarista della necessitร  di contenere la politica fiscale puรฒ mantenere bassa l’inflazione ma rallentare la crescita. Ma non รจ una legge generale, tanto รจ vero che il tasso di inflazione non รจ mai stato tanto basso come durante i Trente Glorieuses e che si รจ avuta crescita anche nel periodo della deregulation e del disimpegno dello Stato dalla gestione dell’economia.

Pur non essendo stato l’oggetto di questa analisi, credo l’inflazione sia un fenomeno che dipende in gran parte da fenomeni che – in senso lato – potremmo definire distributivi, ovvero con fenomeni che hanno a che fare con l’esistenza di conflitti che si innescano per ottenere la gestione delle risorse produttive.

In primo luogo, l’inflazione da offerta รจ riconducibile spesso al conflitto per il controllo delle risorse energetiche e delle materie prime (cfr. shock petroliferi, guerra in Iraq, controllo delle terre rare, ecc.). In questo caso l’inflazione viene generalmente considerata un fenomeno che rallenta la crescita economica.

In secondo luogo, esiste un’inflazione da domanda legata alla sfera della distribuzione del reddito tra profitti e salari: in un contesto di conflitto distributivo, contenere l’inflazione significa ridurre il potere d’acquisto dei lavoratori perchรฉ ciรฒ manterrร  basso il livello dei prezzi. Le relazioni con la crescita sono ambivalenti: in assenza di progresso tecnico, l’inflazione รจ un fenomeno che aumenta i costi e rallenta pertanto la crescita economica; d’altra parte, alcuni autori sottolineano che il conflitto distributivo tende a ridurre i profitti delle imprese ed รจ pertanto un potente incentivo a investire (cfr. il cosiddetto effetto Ricardo)23.

Ma esiste anche un terzo tipo di inflazione, spesso trascurato, che mi pare importante perchรฉ puรฒ essere correlato alla crescita economica: รจ l’inflazione da domanda che deriva dalla necessitร  degli imprenditori di disporre dei fattori produttivi necessari alla loro attivitร . รˆ un fenomeno ben spiegato da Schumpeter, che lo lega alla necessitร  dell’imprenditore innovatore di procurarsi le risorse necessarie a innovare24 e che puรฒ anche essere messo in relazione agli investimenti che vengono effettuati quando gli sbocchi di mercato vanno ingrandendosi25. Anche in questo caso i salari aumentano e ciรฒ genera inflazione, ma aumentano anche i profitti e l’inflazione non รจ l’effetto di conflitti distributivi: รจ piuttosto l’effetto di processi di crescita economica.

In definitiva, i rapporti tra crescita e inflazione variano probabilmente da caso a caso e – alla luce delle recenti dinamiche che hanno condotto alla stagnazione secolare – non รจ probabilmente necessario demonizzare l’inflazione, gli interventi volti a stimolare la domanda e la politica fiscale. Solo liberandoci dai nostri pregiudizi di conferma (confirmation bias) saremo in grado di costruire teorie in grado di adattarsi meglio all’evidenza empirica.

In conclusione, occorre riconoscere che gli ultimi quindici anni segnano la fine del modello della Grande Moderazione ma non ancora l’inizio di un nuovo modello. Questa analisi non puรฒ che essere condotta in termini di scenari possibili, data l’elevata incertezza legata ai cambiamenti geopolitici ed economici in atto. Se avrรฒ forze e tempo, mi propongo quindi di affrontare in un successivo contributo tre temi che a mio avviso sono centrali per definire tale modello: il cambiamento demografico, la comparsa di nuovi modelli organizzativi e l’innovazione tecnologica (con particolare riferimento allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale e delle tecnologie di contrasto al cambiamento climatico).


NOTE

  1. Analisi di questo tipo sono state condotte, in riferimento alla crisi dei sistemi di produzione fordisti negli anni Settanta ed Ottanta del secolo scorso, da diversi autori. Negli Stati Uniti, ad esempio, Piore e Sabel hanno descritto molto approfonditamente la transizione dal fordismo al post-fordismo (cfr. M.J. Piore, Ch.F. Sabel, The Second Industrial Divide, New York, Basic Books, 1984; trad. it. Le due vie dello sviluppo industriale. Produzione di massa e produzione flessibile, ISEDI, 1987). In Europa, la scuola francese della teoria della regolazione ha prodotto analisi altrettanto stimolanti: cfr. D. Clerc, A. Lipietz, J. Satre-Buisson, La crise, Syros, 1985; B. Billaudot, A. Gauron, Croissance et crise, Editions la Dรฉcouverte, 1985; R. Boyer, La thรฉorie de la rรฉgulation: une analyse critique, Editions la Dรฉcouverte, 1987; R. Boyer, J.P. Durand, L’aprรจs-fordisme, Syros, 1993. โ†ฉ๏ธŽ
  2. A.W. Phillips, The Relation between the Unemployment and the Rate of Change of Money Wage Rates in the United Kingdom, 1861-1957, Economica, vol. 25, n. 100, 1958, pp.283-299. โ†ฉ๏ธŽ
  3. Negli anni Ottanta numerose pubblicazioni evidenziarono una relazione inversa tra tassi di crescita e inflazione, almeno nel lungo periodo: cfr., ad esempio, S. Fischer, Inflation and Growth, NBER Working Paper Series, n. 1235, 1983; R. J. Barro, Inflation and Growth, Federal Reserve Bank of St. Louis Review, May/June 1996, pp. 153-169; M. Bruno, W. Easterly, Inflation and Growth: In Search of a Stable Relationship, Federal Reserve Bank of St. Louis Review, May/June 1996, pp. 139-146. โ†ฉ๏ธŽ
  4. Cfr. M. Friedman, The Role of Monetary Policy, The American Economic Review, vol. 58, n. 1, 1968, pp. 1โ€“17. โ†ฉ๏ธŽ
  5. Cfr. R. E. Lucas jr., Expectation and the Neutrality of Money, Journal of Economic Theory, vol. 4, n. 2, 1972, pp. 103-124; R. E. Lucas jr., Models of Business Cycles, Basil Blackwell, 1987; T. J. Sargent, N. Wallace, Rational Expectations and the Theory of Economic Policy, Journal of Monetary Economics, vol. 2, n.2, 1976, pp. 169-183; T. J. Sargent, Rational Expectations and Inflation, Harper and Row, 1986. โ†ฉ๏ธŽ
  6. Cfr. F. E. Kydland, E. C. Prescott, Rules Rather than Discretion: The Inconsistency of Optimal Plans, Journal of Political Economy, vol. 85, n. 3, 1977, pp. 473-492; R. J. Barro, D. B. Gordon, A Positive Theory of Monetary Policy in a Natural-Rate Model, NBER Working Paper Series, n. 0807, 1981; R. J. Barro, D. B. Gordon, Rules, Discretion and Reputation in a Model of Monetary Policy, NBER Working Paper Series, n. 1079, 1983; J. B. Taylor, A Historical Analysis of Monetary Policy Rules, in Monetary Policy Rules, University of Chicago Press, 1999, pp. 319-341. โ†ฉ๏ธŽ
  7. O. Blanchard, F. Giavazzi, Macroeconomic Effects of Regulation and Deregulation in Goods and Labor Markets, NBER Working Paper Series, n. 8120, 2001. โ†ฉ๏ธŽ
  8. Ho scritto con Andrea Kalajzic qualcosa su questi temi in questo post e ho trovato molto simile alla nostra interpretazione l’analisi di Trevor Jackson (cfr. T. Jackson intervieved by I. Waraich, The Ungovernable Economy, The New York Review, jan 25, 2025):
    “i decenni del dopoguerra di rapida crescita economica e di distribuzione relativamente equa del reddito in Occidente si basavano sui controlli sui capitali, che erano una caratteristica del sistema monetario di Bretton Woods che rendeva difficile spostare rapidamente i capitali attraverso i confini internazionali. Ciรฒ significava che i proprietari di capitale erano bloccati con qualsiasi compromesso politico democratico fosse stato fatto a livello nazionale, l’esempio classico sono le tasse molto elevate degli anni ’50 e ’60. Questo ha funzionato perchรฉ si potevano tassare i proprietari di capitale, ed era molto difficile per loro andarsene con il loro capitale. Ciรฒ significava che avevano un incentivo a reinvestire i profitti ed espandere la produzione in patria per mantenere bassa la disoccupazione. Con una bassa disoccupazione, il lavoro รจ relativamente potente, e questo crea una specie di comunitร  condivisa di obblighi soggetta alla stessa responsabilitร  democratica. Semplicemente non รจ piรน fattibile. Senza quei controlli sui capitali, รจ possibile che il capitale si allontani da una comunitร  di obblighi”. โ†ฉ๏ธŽ
  9. Cfr. D. Autor, D. Dorn, G. H. Hanson, The China Syndrome: Local Labor Market Effects of Import Competition in the United States, The American Economic Review, vol. 103, n. 6, 2013, pp. 2121-2168; D. Autor, D. Dorn, G. H. Hanson, M. R. Jones, B. Setzler, Places versus People: The Ins and Outs of Labor Market Adjustment to Globalization, NBER Working Paper Series, n. 33424, 2025. โ†ฉ๏ธŽ
  10. Sono quindi escluse dalla rilevazione le aree non urbane, per le quali non sono disponibili serie storiche cosรฌ prolungate. โ†ฉ๏ธŽ
  11. J. B. DeLong, The Scary Debate Over Secular Stagnation. Hiccup or Endgame?, The Milken Institute Review, Fourth Quarter, 2015, p. 8. โ†ฉ๏ธŽ
  12. Cfr. Th. Piketty, Le capital au XXIe siรจcle, Edition du Seuil, 2013 (trad. it. Il capitale nel XXI secolo, Bompiani, 2014) e Th. Piketty, Capital et idรฉologie, Paris, Edition du Seuil, 2020 (trad. it. Capitale e ideologia, La Nave di Teseo, 2020). โ†ฉ๏ธŽ
  13. Cfr. L. H. Summers, US Economic Prospects: Secular Stagnation, Hysteresis, and the Zero Lower Bound, Business Economics, vol. 49, n. 2, 2014, pp. 65-73. โ†ฉ๏ธŽ
  14. Si veda la nota 5: cfr. R. E. Lucas jr., op. cit., 1972; R. E. Lucas jr., op. cit., 1987; T. J. Sargent, N. Wallace, op. cit., 1976; T. J. Sargent, op. cit., 1986. โ†ฉ๏ธŽ
  15. Cfr. G. A. Akerlof, The Market for โ€œLemonsโ€, Quality Uncertainty and the Market Mechanism, The Quarterly Journal of Economics, vol. 84, n. 3, 1970, pp. 488-500. โ†ฉ๏ธŽ
  16. Cfr. F. Newport, Exploring Americans’ Satisfaction With Their Personal Lives, Gallup, feb 16, 2024. โ†ฉ๏ธŽ
  17. Cfr. C. Binder, R. Kamdar, J. M. Ryngaert, Partisan Expectations and COVID-Era Inflation, NBER Working Paper Series, n. 32650, 2024. โ†ฉ๏ธŽ
  18. Cfr. A. Tooze, Adam Tooze Chartbook n. 346, jan 17, 2025. โ†ฉ๏ธŽ
  19. Cfr. B. Bernanke, The Global Saving Glut and the U.S. Current Account Deficit, Sandridge Lecture, Virginia Association of Economists, mar 10, 2005. โ†ฉ๏ธŽ
  20. Cfr. L. H. Summers, Reflections on the โ€˜New Secular Stagnation Hypothesis, in C. Teulings, R. Baldwin, eds., Secular Stagnation: Facts, Causes, and Cures, CEPR Press, 2014, pp. 27-38; L. H. Summers, Demand Side Secular Stagnation, American Economic Review, Papers & Proceedings, vol. 105, n. 5, 2015, pp. 60โ€“65. โ†ฉ๏ธŽ
  21. Cfr. R. J. Gordon, The Turtleโ€™s Progress: Secular Stagnation Meets the Headwinds, in C. Teulings, R. Baldwin, eds., op. cit., pp. 47-59; R. J. Gordon, Secular Stagnation: A Supply-Side View, American Economic Review, Papers & Proceedings, vol. 105, n. 5, 2015, pp. 54-59; B. Eichengreen, Secular Stagnation: A Review of the Issues, in C. Teulings, R. Baldwin, eds., op. cit., pp. 42-46; B. Eichengreen, Secular Stagnation: The Long View, American Economic Review, Papers & Proceedings, vol. 105, n. 5, 2015, pp. 66-70.ย  โ†ฉ๏ธŽ
  22. Cfr. P. Krugman, The Return of Depression Economics and the Crisis of 2008, W. W. Norton & Company, 2009; P. Krugman, The Austerity Delusion, The Guardian, apr 29, 2015.ย  โ†ฉ๏ธŽ
  23. Cfr. P. Sylos Labini, Torniamo ai classici. Produttivitร  del lavoro, progresso tecnico e sviluppo economico, Editori Laterza, 2004. โ†ฉ๏ธŽ
  24. Cfr. J. A. Schumpeter, The Theory of Economic Development. An Inquiry Into Profits, Capital, Credit, Interest, and the Business Cycle, Harvard University Press, 1934. โ†ฉ๏ธŽ
  25. Allyn Young – riprendendo un noto passaggio di Adam Smith – afferma ad esempio che la divisione del lavoro รจ limitata dall’estensione del mercato (cfr. A. Young, Increasing Returns and Economic Progress, The Economic Journal, vol. 38, n. 152, 1928, pp. 527-542): da questa considerazione prendono avvio molte riflessioni della cosiddetta teoria della modernizzazione, che ha caratterizzato la teoria dello sviluppo economico negli anni Quaranta e Cinquanta. D’altra parte, la cosiddetta legge di Kaldor-Verdoorn (cfr. P. J. Verdoorn, Fattori che regolano lo sviluppo della produttivitร  del lavoro, Lโ€™Industria, n. 1, 1949, pp. 45-53; N. Kaldor, Causes of the Slow Growth in the United Kingdom, Cambridge University Press, 1966) – che legava gli investimenti alla crescita della produttivitร  – forniva un’ulteriore motivazione al comportamento dell’imprenditore schumpeteriano. โ†ฉ๏ธŽ

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